Sharon e mia suocera

Sharon e mia suocera
Amiry Suad, come la maggior parte dei palestinesi nati dopo il 1948, non è nata in Palestina. E come molti di essi ha ostinatamente deciso di non rinunciare al proprio Paese natale e ci è tornata a vivere, con una cattedra universitaria. La sua vita in un Paese usurpato si intuisce non debba essere mai stata facile, ma diventa allucinante a partire dal settembre 2001, quando la stretta di Israele, per decisione di Sharon,  si intensifica fino a diventare una morsa mortale, che li stringe d’assedio, “rioccupa i territori che aveva già occupato”, bombarda, saccheggia, devasta, caccia i cittadini dalle proprie case per presunte perquisizioni che si fanno sempre più vessatorie, spara e uccide persone colpevoli solo di non capire ordini sbraitati in ebraico. L’assedio costringe Suad ad interminabili, angosciose giornate prigioniera nella propria casa ed i suoi diari sono la documentazione degli stati d’animo suoi, dei suoi vicini, degli amici lontani per il crescendo delle violenze e la situazione sempre più incerta. Le note sono intervallate dai ricordi per sonali, dalle memorie familiari che messi su carta costituiscono il contrappunto all’angoscia dell’oggi e ricostruiscono la storia delle famiglie sue e di suo marito. Ciascuna breve interruzione del coprifuoco  diventa l’occasione (spesso rifiutata da Amiry) per corse folli in giro per la città, a cercare la propria suocera e la sua amica intrappolate in un palazzo situato di fronte alla residenza di Arafat, per procurarsi generi di prima necessità, assicurarsi della salute dei propri amici, seguire i percorsi del dolore negli ospedali e obitori per riconoscere un cadavere…
Amiry riesce a sconfiggere la follia irrazionale della guerra attraverso il ricorso ad un leggero costante senso dell’ironia, che le fa conservare il gusto delle piccole e grandi cose che costituivano la sua vita “normale”: una tazza di cappuccino, le risposte taglienti ad un funzionario aeroportuale, il costante dialogo con gli amici. Riesce in questo modo a trasmettere, nonostante la precarietà ed il senso di incombente e ineluttabile fine che pervade le righe, anche la meraviglia del quotidiano, i piccoli gesti di speranza, le voci delle decine di bambini che si riversano nelle strade alla minima possibilità, i pettegolezzi di quartiere, le mille difficoltà scaturite dalla convivenza forzata con la suocera, l’arte di aggirare gli ostacoli appresa dal suo popolo alla dura scuola della Storia.

 

 

 
 
 
 
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