Showrunner

Showrunner

La creatività da sola non basta. Bisogna essere veloci a scrivere, lungimiranti riguardo a ciò che può garantire la vita futura del prodotto, diplomatici nel trattare con il proprio staff quando le cose non vanno bene. La qualità di ciò che si scrive è fondamentale, così come le abilità organizzative, la forza d’animo e la resistenza. Tantissima resistenza: perché questo, e molto di più, viene richiesto oggi allo showrunner, ovvero il capo-sceneggiatore delle serie televisive statunitensi; una figura a metà tra lo sceneggiatore e il produttore esecutivo che si deve occupare praticamente di tutto – dalla gestione del budget al casting, dalla location alla scelta del regista – rispondendo in prima persona al network che dopo una lunga, sofferta e spietata selezione, ha scelto di scommettere sulla sua storia. “Gli showrunner non dormono”, dice di Glen Mazzara, ex showrunner di The Walking Dead, alludendo al sovraccarico di lavoro che il capo-sceneggiatore di una serie tv si deve accollare, compreso quello di passare le nottate a studiare le serie degli altri; “Si tratta di un intero anno in cui ogni settimana si deve consegnare una tesi universitaria”, racconta Aaron Sorkin (The West Wing), riguardo al ritmo serrato con cui si devono scrivere (e spesso riscrivere) gli episodi; “È come vincere ad un concorso di mangiatori di torte e il premio è un’altra torta”, ironizza Matthew Weiner (Mad Men), svelando il lato negativo della vita dello showrunner all’apice della carriera, costretto a sfornare una dopo l’altra solo sceneggiature eccezionali. La mole di lavoro per uno showrunner è dunque enorme – pari agli elogi e ai compensi astronomici che gli spettano – ma non ce la potrebbe mai fare senza l’aiuto di uno staff efficiente: produttori, registi, attori, costumisti, sceneggiatori, sono tutti coinvolti nel processo di creazione, il quale non segue (quasi) mai un percorso lineare; tante sono le sfumature da cogliere strada facendo, le idee possono ribaltarsi, ampliarsi, trasformarsi. Bisogna stare costantemente sull’attenti: l’imperativo è rimanere in piedi per più stagioni possibile, dando al pubblico sempre nuovi stimoli ed emozioni, ed evitare, per quanto possibile, il famoso “jumping the shark” (come si dice in gergo), ovvero il salto dello squalo, quella trovata infelice che generalmente segna l’inizio della fine della serie. Il network dà i suggerimenti allo showrunner attraverso le famose note, ma c’è un altro, utilissimo indicatore che gli showrunner utilizzano per sapere che direzione imboccare: i suggerimenti dei fan della serie, che attraverso il web forniscono input interessanti...

In principio è il Pitch: una buona, anzi, perfetta e mirata presentazione della propria storia, può convincere i dirigenti di un network ad investire nel suo sviluppo; segue il pilot, quel primissimo episodio nel quale la sfida è colpire lo spettatore, promettergli che ciò che vedrà in seguito sarà per lui un’esperienza entusiasmante. Dopo di che, si può davvero fare il decalogo della serie perfetta? Quali sono gli elementi che rendono una serie indimenticabile, tenendo gli spettatori incollati allo schermo per un numero considerevole di stagioni? La garanzia di una buona riuscita sta in parte nell’adottare le buone, vecchie, universali regole della narrazione: personaggi interessanti, complessi e costantemente sotto pressione, conflitti emozionanti, ostacoli e posta in gioco sempre alti, cliffhanger e svolte cruciali posizionate al momento giusto. Ma scopriamo anche una cosa elettrizzante: che da un lato, la vita di una serie è costellata di elementi imprevedibili; che le sue dinamiche cambiano di continuo, costringendo tutti coloro che sono coinvolti nel processo produttivo a repentini cambi di rotta: un improvviso lampo di genio, la performance particolarmente intensa e inaspettata di un attore, l’ingresso di un nuovo sceneggiatore nella writers' room. Nel bel manuale scritto da Neil Landau (autore, produttore e insegnante di sceneggiatura alla UCLA) sono gli stessi showrunner a parlare del processo creativo e produttivo delle proprie serie, ampliando e completando i vari capitoli dedicati agli elementi narrativi. Le voci sono autorevoli e, neanche a dirlo, pluripremiate: Damon Lindelof di Lost, Shonda Rhimes di Grey’s Anatomy e Scandal, Alex Gansa di Homeland, Vince Gilligan di Breaking Bad, giusto per citarne alcuni; chiacchierate illuminanti per certi versi, piene di aneddoti gustosi e inevitabilmente, anche di spoiler. Molto interessante anche l’appendice italiana, con l’intervista ai creatori della serie Sky 1992: Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, consolidato team di lavoro da più di dieci anni, sceneggiatori, tra l’altro, de Il ragazzo invisibile, film diretto nel 2014 da Gabriele Salvatores. Creatori sì, ma non ancora showrunner: in Italia infatti questo tipo di figura non si è ancora consolidata secondo il prototipo Usa, ma anche da noi pare che gli autori comincino gradualmente ad abbandonare la scrivania per interagire direttamente sul set. Bello scambio di opinioni anche sul discorso “genere”, con l’impressione condivisa che in Italia ci sia una sorta di omertà – e di malfunzionamento – sulla rappresentazione di una storia che non sia saldamente ancorata al realismo. Imperdibile anche la postfazione di Dino Audino (editore del libro, nonché creatore e direttore del corso per sceneggiatori Rai/Script) sull’importanza e autorialità dello sceneggiatore, una figura che è intervenuta a “salvare letteralmente le chiappe al cinema” prima che morisse affogato nella noia inserendo l’elemento racconto laddove un mero esercizio estetico non permetteva nessun coinvolgimento personale con lo spettatore.



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