Si chiama Andrea

Si chiama Andrea

Posta in cima a una ripida salita fatta di ciottoli (dietro solo alberi e boscaglia, l’orgoglio della natura che cresce selvatica, sopra il cielo, riprodotto in tutte le sue varie sfumature sui soffitti), con una curva a gomito dinnanzi a un pozzo, con l’accesso al cortile adornato da un arco di mattoni, ha un ingresso fatto di mattonelle bianche e verdi, le persiane azzurre, il tetto grigio, le mura bianche, ha tre piani, è all’inizio della collina, è oltre il fiume. È una casa. È una costruzione strana, singolare, fascinosa. Chi l’ha progettata con ogni evidenza, verrebbe da dire, deve averla immaginata come una persona in cammino, immortalata nell’attimo in cui compie un passo, cercando di salire lungo il pendio e verso il cielo. Elegante, dai tratti coloniali, nostalgici, sarebbe certamente più adatta a un panorama orientale, dall’altra parte del mondo, ammesso e non concesso che oggi come oggi si possa realmente dire che il mondo globalizzato e iperconnesso, anche se spesso per non dirsi nulla, abbia un’altra parte…

Diviso in tre parti – la condizione, il condominio, la mancanza, temi ed elementi assai significativi nel tessuto di questo testo – il nuovo romanzo di Gian Luca Favetto, torinese, conduttore radiofonico, critico teatrale di raro acume e chiara fama, drammaturgo dalle parole intense e profonde, giornalista (è stato persino inviato per il Giro d’Italia, corsa che da sempre si presta, per l’epica connessa al ciclismo, alla solennità della narrazione, del racconto di un Paese e di un immaginario collettivo: non a caso uno dei suoi cantori per eccellenza, solo per fare uno fra i mille e più nomi prestigiosi possibili, Gianni Mura, è anche un eccellente scrittore e finanche giallista), poeta e scrittore che ha all’attivo numerose pubblicazioni e la cui produzione racconta di una sorprendentemente varia capacità di indagare l’animo delle persone, è la storia straziante e bellissima di Andrea. È un romanzo che trascende il genere e sfugge alle definizioni, è una vera e propria commedia umana, destabilizzante, disturbante, potente, vibrante, commovente, emozionante, splendida: Andrea, uno, nessuno, centomila, che racchiude tutti noi, con le nostre fragilità, debolezze e paure, archetipo e quintessenza in cui possiamo agevolmente riconoscerci, in quell’età feroce, terribile e magnifica che è l’adolescenza, d’un tratto si rende conto, nonostante non gli manchi né sia mancato nulla e la sua vita appaia straordinariamente normale, di non essere pienamente soddisfatto, e al tempo stesso di avere un dono, una capacità particolare, quella di saper abbinare gli abitanti perfetti alle case, metafora dell’umanità, inanimate eppure vive, sia perché rese tali dagli occupanti che perché dotate di un proprio spirito.



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