Siamo buoni se siamo buoni

Siamo buoni se siamo buoni

Ermanno Baistrocchi si risveglia nel letto di un ospedale. Gli è successa una cosa strana. Lo hanno investito. Ma la cosa strana non è questa: la cosa strana è che lo hanno dato per morto. Tutti. Anche il suo editore, che vede bene di pubblicare subito il libro che Ermanno gli aveva consegnato, La banda del formaggio, perché se c’è un momento in cui un libro vende è quando il suo autore muore. E d’altra parte gli accordi con Ermanno erano proprio quelli. E infatti il libro è nelle classifiche dei libri più venduti in Italia e Ermanno non riesce proprio a crederci a come ci si sente bene, da morti, che succedono delle cose bellissime, quando muori, tipo che ti risvegli “scrittore di successo”, dopo che sei morto da editore, e la gente quando ti vede fa quella faccia lì e ti chiede come stai e tu non puoi rispondere come avresti sempre risposto, no, quindi “benissimo”, dici, “benissimo”. E succedono anche altre cose: che è più facile essere buoni ad esempio, magari per due mesi, poi, si vedrà…

Ora, a dirla così, non sembra una trama e infatti chi si aspetta una trama dai libri di Paolo Nori… come dire, non c’è mai una trama nei libri di Paolo Nori. Anche se da La banda del formaggio a questo Siamo buoni se siamo buoni, un abbozzo di svolgimento lineare degli eventi si può scorgere. Ma non è questo il punto. Il punto è che si rinnova l’incantesimo del suo stile. Chi legge Paolo Nori sa a cosa mi riferisco: i suoi libri non possono essere letti in maniera diversa da come li legge lui nelle sue presentazioni. La cadenza, le pause, il ritmo. Chi legge Paolo Nori diventa Paolo Nori. E in quella pelle lì o ti trovi a tuo agio oppure devi uscirne subito. Io mi ci trovo talmente bene che se Paolo Nori un giorno decidesse di spostare le virgole, di non metterle più dove le mette ora, se decidesse di mettersi lui in un posto diverso da quello da cui osserva il mondo di solito. Ecco: se Paolo Nori cambiasse voce, o diventasse buono, io non lo so quanto sarei contenta. Perché, citandolo, scomparirebbe quella meraviglia “che veniva dal fatto che, a metter la testa dentro nel libro, il mondo non si oscurava, il mondo diventava più mondo”.



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