Sigismondo e Isotta ‒ Una storia d'amore

Sigismondo e Isotta ‒ Una storia d'amore

È il 1437, quando in una fredda Rimini una bambina di appena cinque anni, tenuta per mano dalla sua governante che l’ha avvolta in una mantella di lana grezza rossa, rimane incantata dai riflessi d’argento del sole che si riflette sull’armatura di un cavaliere che le appare imponente, mentre passa a cavallo. La piccola punta i piedi, vuole guardare il suo “principe Pandulfino”, anche se Cornelia le intima di abbassare la voce e di non offendere il signore della città, Sigismondo Pandolfo Malatesta. Il giovane, quasi venti anni e molti difficili giorni trascorsi sul campo di battaglia, si ristora con l’immagine innocente della bambina che lo guarda con stupore e curiosità. Occhi negli occhi per qualche istante, il loro primo incontro resta nei loro cuori e mentre Sigismondo continua a cavalcare e combattere, sposandosi due volte (Ginevra d'Este e Polissena Sforza), ma senza la gioia di un figlio legittimo (i due nati muoiono entrambi in tenerissima età), la piccola Isotta cresce, chiedendo continuamente informazioni del principe al suo papà, Francesco degli Atti, un ricco mercante di lane e cambiavalute riminese. Anzi, considerati i rapporti tra i due, chiede a suo padre di invitare Sigismondo alla Grillanda, dove abitano, perché anche lei possa beneficiare delle sue argomentazioni e quando lui, invece, parte di nuovo, tutto vestito con l’armatura, alla volta di Senigallia, si ritrova su un panchetto di legno vicino alla finestra, per guardarlo mentre se ne va. Da quel momento in poi alle sue preghiere aggiunge sempre un “Tornate presto, mio principe. Rimini e io abbiamo tanto bisogno di voi”...

Quale amore sopravvive così ai secoli, ai cambiamenti, all’umano crescere e rimane ancorato ad uno sguardo scambiato in un primo incontro, capace di rimanere negli occhi e fermare il tempo? Come se le cellule dei corpi tenessero a memoria quelle emozioni provate in quei pochi istanti, come se una muta promessa fosse stata scambiata proprio dagli occhi, come se fosse il fine a cui tendere dopo mille prove e mille attività diverse che solo apparentemente li ha tenuti lontani uno dall’altra. Un amore grande che si misura a un certo punto della loro storia (quando Sigismondo resta vedovo per la seconda volta) anche nel matrimonio. Ed è necessario tener presente che soprattutto nelle corti (ma non solo), il matrimonio era un legame che non si basava mai sull’amore, ma sulla convenienza, sui lasciti, sui titoli, terre, potere, ecc., su tutto ciò, insomma, che poteva essere messo su un piatto della bilancia e misurato in qualche accrescimento. Per Isotta il Signore di Rimini fa scrivere parole d’amore, per lei fa costruire una cappella nel Tempio Malatestiano, fa scolpire il suo profilo in un medaglione dietro alla sua immagine... E che emozione ritrovare artisti di quel periodo e immaginarsi Piero della Francesca, lavorare con quel suo famoso blu, per Sigismondo. Una storia d’amore che incarna i sogni romantici di molte e che indubbiamente è rintracciabile in molti documenti del tempo, meritava di essere riportata alla luce. Ed è stata ricostruita da Maria Cristina Maselli, autrice televisiva, con molta tenerezza, ma anche con la forza di una sceneggiatura pronta per celebrare questo amore anche sullo schermo.



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