Silence is sexy

Silence is sexy
È risaputo come dalla metà degli anni ’70 in poi la storia della musica rock abbia subito delle mutazioni tali da consentire, se non il ribaltamento, quantomeno un nuovo prepotente atteggiamento in grado di cambiare radicalmente i canoni fino ad allora vigenti. Il fenomeno punk, musicale prima e modaiolo poi, volto a semplificare al massimo il combo chitarra, basso, batteria rinunciando a un sound tecnico e iperprodotto ha dato la scossa giusta a un mondo, quello del rock, che stava ormai annegando nei virtuosismi esasperati del tardo progressive e negli ultimi vagiti dei dinosauri degli anni ’60. Tuttavia attribuire esclusivamente al punk la ventata di novità che ha investito la musica rock sul finire degli anni ’70 non sarebbe giusto soprattutto nei confronti di alcuni artisti che sin dall’inizio del decennio iniziarono a seguire un preciso e coerente percorso sperimentale fatto di sintetizzatori, tastiere, voci robotizzate e scenari futuristici o cosmici. L’apporto di Kraftwerk, Can e Popol Vuh, alfieri del teutonico krautrock, alla storia del rock è senza dubbio rilevantissimo e, mentre nel resto del mondo la furia incendiaria del punk infiammava gli animi di giovani musicisti in erba, in Germania- e più precisamente nella sofferente e scissa Berlino- un singolare gruppo di ragazzi dal volto emaciato e la passione per le avanguardie, ha fatto propria da una parte la tradizione elettronica tedesca e dall’altra lo spirito punk, radicalizzandole in un siderurgico e metallico juggernaut irresistibilmente “Made in Germany”. Ecco a voi gli Einstürzende Neubauten
Giovanni Rossi e Kyt Walken hanno già esordito nel campo delle biografie musicali confezionando il primo un magnum opus sui Nine Inch Nails e la seconda una gustosa retrospettiva sui Rammstein. Stavolta uniscono le forze e si cimentano in un compito arduo, una ricostruzione della carriera degli Einstürzende Neubauten, pionieri del cosiddetto industrial e band dalle molteplici sfaccettature e dal percorso artistico vasto e vario che abbraccia ad oggi oltre trent’anni di carriera e di sperimentazioni sul rumore e sul silenzio. Il gruppo ruota attorno alla carismatica figura di Blixa Bargeld, al secolo Christian Emmerich, un avanguardista fuori tempo massimo abilissimo tanto a modulare quanto a torturare la propria voce e la propria chitarra. Gli altri membri della band si sono invece alternati negli anni ma non si possono non citare almeno Alexander Hacke, F.M. Einheit, Mark Chung e N. U. Unruh, colonne portanti di un sound che, senza timore di smentite, oserei definire unico. Cifra stilistica di questo collettivo è l’utilizzo di strumenti non convenzionali, come trapani, lamiere, seghe circolari, martelli e percussioni improvvisate, in grado di spiazzare persino  l’ascoltatore più navigato e preparato. Suddivisa in vari capitoli, generalmente intitolati come gli album usciti, è una biografia accurata e ricca di aneddoti e testimonianze, contenente inoltre commenti ragionati sui testi più significativi che, essendo in tedesco, è difficile tradurre per chi non conosce la lingua di Goethe e Brecht. Apprezzabile anche  il cappello introduttivo che consente anche al lettore più sprovveduto di avere un’idea dell’universo musicale del tempo e della situazione storico-culturale della Berlino di quegli anni, anni di tensioni ed estremismi, all’ombra di un muro silenzioso e impenetrabile.

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