Sinapsi

Sinapsi. Opere postume di autore ancora in vita
Stavi traducendo un articolo per una rivista musicale heavy metal. Nel pezzo, in lingua africana Somba, si parla di ferro, ed evidentemente tra i tipi della rivista e qualcuno da qualche parte nel mondo ci deve essere stato un fraintendimento, perché il senso dell’articolo richiama alla metallurgia e non alla musica. Ti imbatti in due termini di cui proprio non riesci a cogliere il senso, nisquar e rnuquiquir, e così provi a contattare un tuo vecchio amico missionario che sta nello Zimbabwe e che magari ti può dare qualche dritta. Il prete, i missionari sono preti all’ennesima potenza per fortuna, promettendo di interessarsi alla tua ricerca, ti scrive mail sempre più strane, anzi, inquietanti, tipo di lui che insieme a un etnologo belga sono in viaggio per cercare un villaggio sperduto, dove si produce ferro di qualità incredibile, dove la lingua è così arcaica da non essere stata contaminata e dove forse c’è pure l’origine delle due parole... Quando uno è brutto, è brutto e basta. Toni Casella fino a stamattina lo era veramente, di quelle bruttezze che non puoi nemmeno dire: è un tipo. Ma Toni si è inventato un sistema per diventare bello. Prendi un tuo amico bello, gli spalmi la faccia di gesso, ottieni un calco della sua faccia che premerai forte, molto forte, incredibilmente forte sopra la tua, fino a quando i muscoli del viso non cederanno, adattandosi al calco. Toni l’ha fatto e ora è bellissimo, come il suo amico Emy. Anzi, tutte le ragazze lo scambiano per Emy, che in effetti è davvero affascinante. Ma Toni lo ha fatto solo per Ombretta, che fa la barista, che ha una 2cv, che non si depila mai le ascelle. La terza caratteristica la rende meravigliosa, appunto. Così Toni, con la faccia di Emy stampata, ce la fa a farsi un giro con Ombretta sulla sua 2cv, ce la fa a farle alzare le braccia e leccarle un’ascella. Ora, alla fine di tutto, Toni ha le allucinazioni, la lingua asfaltata e sta per morire... C’è un pittore che è diventato cieco così lentamente che quasi non se ne è accorto, che dipinge a memoria focalizzando il quadro dentro gli occhi, ricominciando ogni giorno dal punto esatto abbandonato il giorno prima. Ad aiutarlo, un giovanotto impegnato nel servizio civile e che prima vendeva robot pallettizzatori. Ogni fabbrica visitata era un robot venduto e un operaio mandato a casa. Il pittore è strambo. Associa il cibo a un colore. Se non lo fa, dice che non sa di niente. Odia le suore, le sente dall’odore, controlla tutti i tubetti dei colori e li fa comprare in un posto in via Falamonica che sa lui, dove c’è un tizio che conosce e che sa quali colori gli servano di preciso. Valli tu a capire i pittori, valli a capire se sono ciechi. Ti chiedono di fare certe cose e tu ci provi e poi non puoi mica dire tutto quello che dovresti dirgli in merito ai colori e al colorificio di via Falamonica…
Qui stiamo parlando di una raccolta di opere postume di un autore ancora in vita, che però un giorno ha deciso di smettere di scrivere. Il motivo è molto semplice, inutile cercare tra i meandri della psiche una ragione carica di dolore, di traumi o riflessioni chissà che complicate. Potrei anche svelarvelo qui, ora, ma preferirei che andaste a spulciare l’intervista all’autore di Matteo B. Bianchi alla fine della raccolta. Leggere queste storie, soprattutto per chi ama la dimensione breve, vale la pena. Credetemi. E poi, perché accanirsi su quello che l’autore non farà più quando quello che ha fatto ha già valore? I racconti scritti e pubblicati, i due romanzi che restano, hanno una forza sufficiente per farci intendere la capacità narrativa di Galiazzo. I suoi personaggi sono sempre forti, istrionici e le ambientazioni talmente variegate da risultare spiazzanti. Felicemente spiazzanti. Non c’è un filo conduttore, inutile in questo caso. Si passa dal  futuro fantascientifico a un presente grottesco e senza parametri superflui. Il racconto, qui, osa fare per davvero quel che vuole, spingendosi oltre le regole delle trame più standardizzate, finendo in gineprai dai quali l’autore però trova sempre una via di uscita. Si dice che scrivere racconti sia più difficile. Per Matteo Galiazzo, però, sembra sia stato tutto relativamente facile.

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