A sinistra!

A sinistra!
Siamo davvero nell’epoca della fine delle ideologie, di tutti gli -ismi, dei “pensieri forti”, come spesso si dice? O siamo soltanto nell’era in cui il pensiero dominante - quello razionalista-capitalista - cerca di imporre non solo la sua supremazia, ma perfino la sua unicità, presentandosi come unico possibile? Questo problema investe anche la celebre domanda: “Ha ancora senso parlare di destra e sinistra in politica?” ed influenza evidentemente il nostro modo di intendere la democrazia e di parteciparvi. Sembrerebbe d’altronde che le differenze - non tanto tra gli schieramenti parlamentari o i singoli partiti - siano evidenti, e diano luogo a due ben distinti modi di vedere e di volere il mondo: da un lato (a sinistra) si accentua la possibilità di plasmare la realtà secondo le esigenze del momento, mantenendo (e finanche relegando) sullo sfondo i principi ideali; dall’altro, i principi vengono posti così tanto in evidenza che la prassi sociale è costretta ad adeguarvisi (come ad esempio nel caso delle decisioni in materia di bioetica, prese più sulla base di quegli ideali che dei desideri degli interessati). Comunque la si pensi al riguardo, una cosa è certa: sia la destra sia la sinistra, almeno in Italia, sono vive e vegete e si caratterizzano per questa differenza nell’impostazione, la quale investe a valle tutte quelle tematiche fondamentali che non sono appannaggio esclusivo né dell’una né dell’altra, come il lavoro, l’uguaglianza, l’ambiente, la solidarietà…
Differenza che si afferra tanto più nel dialogo con chi la sinistra la conosce di prima mano e da sempre: politici come Stefano Rodotà, Pippo Civati e Nichi Vendola insieme a due nomi del Movimento 5 Stelle, Mario Michele Giarrusso (“ortodosso”) e Francesco Campanella (“dissidente”), esponenti del mondo della cultura come Moni Ovadia, Dacia Maraini, Fiorella Mannoia, Vauro e di quello sindacale (Maurizio Landini). Dieci riflessioni in forma d’intervista, da cui emerge che la politica in Italia ha un grande bisogno di tornare in mezzo alla gente (compito questo quanto mai urgente, ora che “la piazza” viene incitata quotidianamente a rivoltarsi contro “il Palazzo”), smettendola di affidarsi al capo carismatico di turno e puntando con tutte le proprie forze alla ricostituzione della coesione sociale, madre di ogni benessere, oggi spezzata. Immediato e fuori dai denti, senza arzigogoli in “politichese”, come la politica dovrebbe essere. Ogni giorno.

 

 

 

 
 
 
 
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