Sissi ‒ La solitudine di un’imperatrice

Sissi ‒ La solitudine di un’imperatrice
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Estate 1868. La vita a Gödöllő, il palazzo alle porte di Budapest, ha per l’imperatrice Sissi il gusto dolce-amaro della libertà. Dolce per l’aroma di fieno, cavalli e rosa selvatica e amaro per i sensi di colpa e le conseguenze di una prolungata assenza da Vienna, dal suo posto accanto al marito, l’imperatore Franz Joseph e con Gisela e Rudolph i suoi figli, cresciuti nella nursery imperiale, secondo la ferrea disciplina imposta dalla nonna, l’arciduchessa Sophie. Ma è nella terra ungherese che la donna più bella dell’Impero ha scelto di trascorrere un tempo tutto per se stessa, rivendicando con caparbietà quel possesso. La vita è sua, a dispetto dei noiosi e interminabili banchetti di corte, dell’ipocrisia e del rigore imposto nella Casa d’Asburgo dalla suocera Sophie, la cui influenza su Franz Joseph è ormai esasperante e odiosa per l’imperatrice. Di ritorno da una liberatoria cavalcata nelle campagne selvagge intorno a Gödöllő, Sissi ritrova l’abbraccio tenero della piccola Valerie, l’unica figlia che le è stato concesso di tenere con sé ed è anche per lei che ha deciso di liberarsi dell’autorità della suocera. Prima di andare a cena, Sissi passa velocemente in rassegna la corrispondenza. Tra le lettere giunte da Possenhofen, da sua sorella Sophie Charlotte e da Vienna, Sissi nota una missiva inaspettata e dolorosa come un colpo allo stomaco. Porta il sigillo dell’arciduchessa Gisela, la figlia di soli dodici anni ma già dedita stoicamente ai doveri imperiali. Sissi conserva la lettera di Gisela senza aprirla. Vuole riservarle tempo, ma ora non può, è arrivato il momento di rivedere il conte Andrassy. Il bel rivoluzionario ungherese la attende per cenare insieme. Un amore segreto e travagliato li unisce e li tiene distanti. Al termine della serata, Sissi riprende tra le mani la lettera di Gisela. La bambina la implora di tornare a Vienna per il bene del piccolo principe ereditario Rudy, prostrato e avvilito dai metodi educativi ultra militareschi imposti dal tutore, con il beneplacito del padre Franz. L’amore per la conquistata libertà e per Andrassy non la lascerebbero partire, ma è lei la madre di Rudy e il suo egoismo non può nuocere al figlio…

Ritornando su un personaggio a lei caro, Allison Pataki, statunistense, giornalista dell’Huffington Post e Fox News, regala ai suoi lettori il seguito della storia iniziata con “Il mio nome è Sissi”, edito in Italia da Bookme. Oltre quattrocento pagine che si leggono tutte d’un fiato, grazie a una scrittura lineare e una trama intrigante, intessuta di personaggi e avvenimenti storici, che la Pataki ambienta e incastona nel racconto. Da tutti conosciuta come Sissi, l’imperatrice Elisabeth fu una delle donne più ammirate del suo tempo, ma come nelle fiabe, la bellezza non la tenne al riparo dai tormenti. Narrata e rappresentata in varie produzioni cinematografiche, Sissi è l’emblema della solitudine che sedimenta dai fasti regali, depositandosi al fondo come la feccia del vino. E quella che a molti appare una vita da favola, si riduce poi in una forzata rinuncia alla propria vera identità, ai sogni d’amore e al desiderio di una vita semplice, ma felice, come la storia di Lady Diana ancora oggi insegna. La depressione da senso di inadeguatezza al ruolo sociale di un ricco esponente della nobiltà, si sa, desta più interesse dello sconforto di un piccolo borghese ignoto al mondo. Eppure, ad un certo punto della storia, diventa indigesta la petulante autocommiserazione di Sissi, come narrata dalla Pataki, insieme alla continua giustificazione dei suoi capricci da imperatrice riluttante. Insomma, sembrerebbe che, pena l’infelicità, per vivere a corte serva il physique du role. Ma in fondo, in quale ambiente non serve?



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