Skorpio

Skorpio

Sicilia, 22 novembre 1952 e Somalia, 12 novembre 1993, presumibilmente. Non è tranquillo scrivere la biografia di una persona con molte pericolose identità e pochissime chiacchierate foto, tanto più se continuano ricostruzioni e opinioni differenti sulla verità in vari cruciali eventi della sua vita, in un contesto di bugie, omissioni, depistaggi, incongruenze, segreti. Eppure, Vincenzo Li Causi è esistito davvero. E il bravo giornalista Massimiliano Giannantoni si è messo sulle sue tracce per un paio d’anni con meticolosa tenacia, dopo essere stato sollecitato a rioccuparsene nell’estate 2016 da Falco Accame (Firenze, 1925), ex ammiraglio e deputato (1976-1983), attualmente presidente della Anavafaf, associazione che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempi di pace. Giannantoni ha cercato riscontri ufficiali incrociando dati e notizie, recuperato carte e materiali da varie fonti, contattato e in vario modo colloquiato con parenti amici colleghi giornalisti esperti (più o meno affidabili) che meglio pensavano di conoscerlo, decidendo infine di dare alle stampe un testo interessante sull’Italia dei Settanta e degli Ottanta, con spunti sulle fasi biografiche adulte non in ordine cronologico, accurate note esplicative di personaggi o sigle, dettagli nuovi o concatenati su vicende famose della storia patria, molte informazioni e, ovviamente, qualche domanda ancora in sospeso. Vincenzo Li Causi dovrebbe essere nato a Partanna in provincia di Trapani e morto a Balad a sud di Mogadiscio quando stava per compiere 51 anni. Fu conosciuto attraverso una pluralità di documenti d’identità, di nomi in codice, di soprannomi. Di mestiere fece, infatti, l’agente segreto italiano. Si arruolò giovane nell’esercito, divenne radiomontatore, paracadutista e incursore della Marina, fu arruolato 22enne dal SID, operò a lungo da istruttore ufficialmente nel SISMI e clandestinamente in Gladio, gestì la sicurezza all’estero e delicate operazioni internazionali per il Presidente del Consiglio Craxi, finì la carriera da sottoufficiale maresciallo con la missione Ibis II in Somalia, morendo per le ferite causategli durante un agguato in circostanze mai del tutto chiarite…

L’autore inizia e conclude il volume parlando dell’omicidio. Li cause si trovava lì in fuga o in missione? Fu eseguito da somali casualmente durante una delle tante imboscate di bande o volutamente da colleghi per impedirgli di parlare il giorno dopo ai magistrate romani? Quali rivelazioni si temevano, riferite a Gladio o a Ilaria Alpi, alle trame italiane o ai traffici somali? Sul momento e successivamente, cosa o quanto è stato oscurato oppure manipolato dalle macchine dei Servizi, con quali ordini e contesti? E non è che in realtà vive ancora, da qualche parte? Aveva certo un fratello (Martino) e una moglie (Giuseppina Bortone, qualche anno più giovane), anche se aloni di segretezza riguardano tutti i suoi nomi, soprannomi, identità (Sirio, Livio, Vinicio, Domenico, Maurizio Vicari, Salvatore Bortone e altri). Certo Li Causi, forse un bell’uomo del sud, magro atletico e castano scuro, fu implicato in delicate questioni della vita politico-istituzionale del nostro paese, il testo lo illustra con cura, dal sequestro palestinese dell’Achille Lauro alla liberazione di Dozier, il militare rapito dale BR. In Perù fu il responsabile dell’operazione Lima con finalità paraistituzionali di vario genere, illecite perlopiù. Dall’estate 1987 al 1990 gestì il centro paramilitare Scorpione di Trapani (da cui il titolo), già entrato nella storia del sequestro Moro, destinato a “forgiare” militari speciali e gladiatori, coinvolto in traffico d’armi e esercitazioni di guerriglia, connesso con vertici mafiosi, logge massoniche e apparati deviati dello Stato. Qui entrò in contatto con Mauro Rostagno (1942-1988) e la comunità Saman, qui erano in corso progetti di cooperazione con la Somalia, il paese dove si trasferì non molto tempo dopo la chiusura del centro. Li Causi già conosceva (pare dal 1987) Ilaria Alpi (1961-1994), la giornalista Rai poi uccisa a Mogadiscio col suo operatore Miran Hrovatin, un altro degli irrisolti grandi misteri italiani. Il buio resta per molte relazioni e vicende. Lo stile è quello dell’inchiesta (in sospeso). I vari capitoli contengono versioni, resoconti e dialoghi raccolti attraverso ricerche, letture e incontri su Li Causi, svolti in questi ultimi due anni. Sono arricchiti da verbali, audizioni ufficiali, documenti parlamentari, fotocopie di articoli e pagine di quotidiani, non da bibliografia e indici.



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