Slurp

Slurp

In principio ci fu il Duce, che tutto sapeva e tutto poteva. Merito, questa sua onniscienza, della poderosa macchina dell’informazione, l’Istituto Luce e il Minculpop. La contemporaneità, invece, ci offre modelli plurimi di incensatura del Santo dacché plurime sono le voci che si levano ora per questo ora per quell'uomo politico meritevole di attenzioni cortigiane. Dall’inizio della cosiddetta Seconda Repubblica (1994) le testate giornalistiche ed i programmi di approfondimento in tv si sono trasformati nell’emulo di quel Ministero della Cultura Popolare che durante il ventennio costruì attorno a Mussolini l’aura di bello e invincibile che ingravidava le donne con una sola occhiata. Berlusconi, Prodi, D’Alema, Veltroni, Violante, Fini tutti hanno avuto i loro incensatori personali della carta stampata o del tubo catodico; dispensatori di bava dalle lingue esercitate alla pratica del leccaculismo. Un’arte vecchia come il mondo, quella dei saltimbanchi deputati a lustrare l’immagine del potente al riflesso della cui luce vivono. Dante li mette nell’ottavo cerchio dell’Inferno, più giù degli assassini e dei tiranni: feccia, turgidi vermi abituati a strisciare, “ruffiani, ingannatori e lusinghieri”, pronti a baciare un culo per compiacenza se questo venisse offerto alle loro labbra…

Quello del leccaculo è uno dei mestieri più inflazionati. Ovunque si respiri autorità, state pur certi che lì troverete un viscido figuro pronto a benedire ogni peto del Sovrano. Ecco perché il presupposto di questo libro, che non è un saggio, perché non ci rende edotti di alcunché di nuovo, è sbagliato. Travaglio, con le sue solita ironia sarcastica, spesso greve - di quella grevità tanto esecrata eppure così spesso praticata come se non ci fosse altra via per spiegare la politica odierna - è ben disposto, pur di arrivare al suo scopo (cioè dimostrare che solo in Italia e sin da tempi assai remoti, esistono leccaculo da competizione) a tagliare la storia con l’accetta. Ma non è questo è il punto. Il punto è che in questa raccolta di citazioni a maggior gloria dei principali politici italiani della Seconda Repubblica (preparatevi a sciropparvi un’ennesima dedica speciale, stavolta camuffata, a quell’ex Cavaliere definitivamente tramontato il quale a Travaglio non rimarrà più nulla da scrivere), aggredendo la categoria cui appartiene, nella quale rintraccia i più volenterosi esemplari di ruffiani e lisciapelo, non fa pratica di giornalismo, tantomeno di storia. Un libro di una inutilità magniloquente, che sembra fatto con un copia/incolla sbrigativo (prova ne è qualche citazione ripetuta più di una volta). La lettura è sfiancante, irritante, stucchevole: un classico libro di Travaglio nel quale all’autore pare di dire tutto dando una gomitata complice al cittadino esasperato e nel quale, invece, non dice un bel niente.

 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER