Smarrimenti

Smarrimenti
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La primavera passa. A giorni soleggiati segue la pioggia, e dopo la pioggia il tempo ritorna sereno. I vestiti primaverili diventano sempre più chiari e leggeri, in tono con la bella stagione, e i bianchi narcisi appassiscono e vengono dimenticati per le odorose infiorescenze del ciliegio selvatico e della serenella, e il sole picchia sempre più forte sulle strade deserte e sulle case abbandonate con le veneziane calate. E il tenero fogliame sugli alberi dei parchi cresce e si estende fino a formare volte buie di colore verde intenso, all’ombra delle quali le persone stanche possono riposarsi e sognare e tracciare righe nella sabbia. I Mortimer si spostano a Dalarö. I Brehm vanno alla casa in campagna del suocero, a Lidingö, e i Weber rimangono in città. Tomas e Märta non si vedono spesso. Una volta si incontrano casualmente mentre Märta è in città per fare alcune compere; allora vanno in una piccola pasticceria un po’ fuori mano, in cima a Drottninggatan, a mangiare dei dolci. Si promettono comunque di non rifarlo, perché il caso vuole che vengano visti da un’amica di Märta, la quale non avrebbe dovuto vederli. Di tanto in tanto si scrivono anche dei bigliettini con calligrafia contraffatta sulla busta. Non c’è scritto molto, solo che si amano. I giorni di giugno scorrono velocemente come perle variopinte che sfuggono da un filo di seta; e arriva la sera di mezza estate. Tomas si è alzato tardi. Ha passato la serata assieme a Wannberg e a qualche altro compagno, hanno cenato al Stallmästargården e hanno girovagato a Haga e a Bellevue per tutta la chiara notte d’estate. Sulla via del ritorno scoppia un temporale e comincia a piovere a dirotto; così sale con Wannberg nella sua stanza, dove bevono dello sherry e giocano a scacchi. Nel frattempo il cielo si rischiara di nuovo e il sole del mattino li colpisce accecandoli, quando spengono la fumosa lampada e alzano la tenda. Si fanno le sei prima che Tomas arrivi a casa e non può dormire molto. Verso mezzogiorno si alza e fa colazione. Quando ha finito s’infila un manuale nella tasca e scende ai giardini dell’Humlegården. Al chiosco dell’acquaiolo incontra uno dei compagni del giorno prima, Anton Recke…

Pubblicato per la prima volta nel 1895 e poi cinquantadue anni dopo la morte dell’autore, nel 1993, Smarrimenti è un testo che ha fatto scandalo. Molto probabilmente non tanto per la trama, che pure in effetti deve essere sembrata finanche scabrosa ai lettori dell’epoca, quanto per il modo con cui viene raccontata. L’autore infatti con questo romanzo si è guadagnato la fama di scrittore cinico, persino sovversivo. In realtà non pare essere né l’uno né l’altro, almeno a leggerlo oggi. Semplicemente racconta con credibilità, stile asciutto, sguardo verista e dunque non patetico né paternalistico, lessico appropriato, lirismo e sincerità – il che gli impone di non sottrarsi al gioco della satira amara nei confronti delle ipocrisie e delle storture della società, specie quella urbana (Stoccolma, con le sue atmosfere ora terse ora cupe, che sembrano rispecchiare i moti dell’animo del protagonista, è una perfetta sparring partner, caratterizzata nel dettaglio) del suo tempo – le incertezze dell’animo di un giovane come tanti, in tutte le epoche, a ogni latitudine, che si affaccia inesperto al mondo adulto. Tomas Weber è infatti un ventenne biondo, esile, con gli occhi azzurri e una bocca che, dice lo scrittore, “esprimeva un energico desiderio di prendersi tutto quanto la vita poteva offrire”. Vuole sposarsi con Märta, che ama, dice, e diventare qualcuno, un medico o un politico. È un inquieto, per non dirla, alla Svevo e non solo, un neghittoso, vacuo, fragile e annoiato inetto (la letteratura mitteleuropea di quegli anni è piena di esempi in tal senso, e l’arte stessa in generale, in particolare attraverso l’espressionismo, non fa che rimandarci l’immagine di uomini che sono per l’appunto smarriti di fronte a una realtà che non riescono ad afferrare), e da subito inizia a darne prova, sviluppando, per esempio, una forte attrazione per la giovane Ellen, conosciuta per caso in un negozio di guanti. Tomas, ambiguamente, inizia dunque a perdersi, come temeva la madre, che ha sempre cercato di farlo vivere in una campana di vetro. A complicare le cose ci si mette anche la cronica mancanza di denaro, finché… Un uomo moderno, dunque, ben lontano dal mito della virilità tout court, senza macchia né paura: una figura per questo forse un po’ disturbante per i lettori degli ultimi anni del diciannovesimo secolo, ma in realtà un ritratto molto riuscito e interessante.



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