Socrates

Socrates

1984. Dicembre. La Casa del Popolo, uno degli spazi maggiormente rappresentativi della Firenze rossa di quegli anni, celebra un evento che sa di rottura di un tabù. A presiedere infatti la conferenza c’è uno di quei miliardari pallonari che niente dovrebbero avere a che fare con le vicende politiche, anzi ne rappresentano addirittura la negazione grazie all’opera pagana di spoliticizzazione delle masse attraverso quell’oppio per i popoli che è il rito domenicale. Eppure quando il calciatore in questione prende la parola, qualcosa lì dentro si blocca. Sócrates Brasileiro Sampaio de Souza Viera de Oliveira ‒ per tutti Sócrates ‒ è esattamente la negazione di quel preconcetto che la sinistra italiana fagociterà a proprie spese solo un decennio dopo. Quel gigante venuto dal Brasile infatti è esattamente colui che ha indicato la via per una nuova percezione del ruolo politico nel calcio. A cominciare da quel nome, nato dalla volontà di papà Raimundo, un uomo poverissimo ma acceso da curiosità intellettuale fuori dal comune. Sarà proprio lui a insegnargli il privilegio democratico della cultura, del sapere, unici reali elementi capaci di assottigliare quel gap strutturale dovuto all’abissale divario di classe che corrode il Brasile. E Sócrates mette immediatamente in pratica quegli insegnamenti a partire dalla volontà, finché gli impegni lavorativi glielo hanno permesso di subordinare la sua carriera calcistica a quella medica. A maggior ragione dopo che nel ’64 il ragazzino assiste al rogo da parte del padre in lacrime di una parte della sua biblioteca personale per volontà della dittatura militare. È li che qualcosa dentro di lui scatta. Eppure il talento cristallino di quel magrissimo e allampanato ragazzino è indescrivibile e se ne accorgeranno presto anche i dirigenti del Corintihans, mitica squadra della megalopoli San Paolo, dove proprio Sócrates, in risposta alla dittatura militare, darà vita all'unico e per ora irripetibile esperimento di democrazia autogestita di una squadra di calcio, la Democrazia Corinthiana...

“Vorrei morire di domenica, nel giorno in cui il Corinthians vince il campionato”. Così si conclude questo bel saggio curato dal sociologo, giornalista e saggista Pippo Russo. Un amore incondizionato quello per il “Doutor”, per i colori e le vicende del Timão, nonostante il fallimento dell’esperienza della democrazia corinthiana, nonostante molti avessero visto come un tradimento quel suo abbandonare quella maglia per trasferirsi, quasi a mò di autoesilio, proprio in Italia, a Firenze, in quella che finirà per rappresentare la sua parabola discendente dal punto di vista calcistico. Ma sopratutto quella frase ha messo i brividi a tanti dopo il 4 dicembre del 2011. Quella domenica alle 4 e 30, all’età di 57 anni, Sócrates muore sotto i colpi devastanti di una cirrosi epatica che già in passato aveva provato a portarlo via. Solo qualche ora dopo il suo Corinthians pareggia in casa la sua partita con gli acerrimi nemici del Palmeiras e si laurea campione del Brasileirão. E chissà se il Magrão sotto la barba fattasi bianca e rada avrà visto da lassù, prima di quella storica ed epica battaglia, i giocatori del Corinthians radunati a centrocampo per commemorarlo fare un gesto che varrà più di un gol, più di una vittoria all’ultimo secondo, più di un mondiale perso da favoriti, più di un suo leggendario colpo di tacco. Quel giorno poche ore dopo la sua morte, sul prato verde, davanti a spalti gremiti e increduli per aver perso un simbolo, i giocatori del Timão erano tutti lì con il pugno sollevato contro il cielo, stretti a centro campo, per l'ultimo saluto all’uomo, al compagno che leggeva Marx e Gramsci in ritiro, all’uomo che da solo provò a sfidare dittatura e soprusi con la leggerezza di un campione.



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