Solo rumore

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1984, sera. Greyson Todd sta pulendo il giardino. Lo fa sempre col buio e, come ogni volta, sua moglie Ellen gli grida da dentro che sarebbe meglio farlo di giorno. Poco dopo sua figlia Willa gli fa un regalo, un portachiavi di cartone che a malapena reggerebbe il peso di qualche chiave, eppure Greyson lo conserva volentieri nella giacca. In questo momento della sua vita, Greyson è un produttore cinematografico di successo: Hollywood è un territorio che conosce bene, sa come muoversi, sa come ottenere sempre quello che vuole. Tutto questo, però, ha un prezzo che nessuno può vedere, che nessuno può sospettare e, quella stessa sera, Greyson semplicemente se ne va. Dalla sua casa, dal suo lavoro, da tutti… 1994. Florence è una infermiera veterana, corpulenta e materna. “Scegli un ricordo felice” dice a Greyson, ma per Greyson è difficile rovistare nella sua memoria, ma deve comunque provarci, anche se non ripone molte speranze nel trattamento. Pensa a cosa abbia nella testa, si chiede dove finisca il cervello ed inizi la mente, come si passi dai processi chimici alla gioia oppure alla paura, si chiede se stia tutto nel “montaggio”. Florence è brava, lavora lì dal 1972 ed è l’infermiera addetta all’elettroshock…

Il tema di questo libro non è un caso. Juliann Garey, giornalista e screenwriter, affronta il tema del disturbo bipolare da cui ella stessa è affetta. Una stesura per la quale ha impiegato ben sette anni, anni duri, in cui la malattia ha avuto un ruolo determinante (anche) nella composizione del libro. Composizione che risulta volutamente frammentata in diversi periodi della vita di Greyson Todd, con salti temporali tra la sua infanzia e la sua maturità, il periodo del matrimonio, quello del successo lavorativo e quello dei viaggi, tutti ancorati a quel 1994, il presente del libro, in cui Todd è ricoverato e si sottopone costantemente a sedute di elettroshock che, lentamente, vanno ad assottigliare la sua memoria ed i suoi ricordi. Questa frammentarietà del testo, però, se ha un valore formale ‒ o meglio, un disordine voluto emblematico della mente del protagonista e forse unico modo verosimile per rappresentarla ‒ tende a gravare sulle spalle del lettore, che stenta a trovare delle coordinate di continuità mentre si passa da un flashback all’altro. Risultato finale è un libro non semplicissimo da leggere e che, nel raccontare il decorso di un disturbo bipolare, si dimostra più abile nel suscitare una buona empatia con Greyson che nel creare un plot lineare da seguire con una attenzione costante.

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