Solo se c’è la luna

Solo se c’è la luna

Girolamo Franzò è un ex manovale che, dopo aver vissuto per molti anni in America, torna nella sua vecchia Sicilia da vincitore, da imprenditore che conosce molto bene il bisinès. Qui fonda la prima fabbrica di sapone siciliana: la Gerri (così lo chiamavano in America) Soap – il suo bene più profondo, la sua casa, l’unica a cui prestar fede e devozione –, divenendo in poco tempo persino un Cavaliere del lavoro. Gerri sposa Gelsomina, una giovanissima e squinternata intagliatrice di statuette di legno, e da lei ha uno sputo di bambina, una femmina e per di più malaticcia: Luna. Il suo è un matrimonio d’apparenza, laddove sull’apparire don Gerri gioca tutta la sua esistenza, e Luna, la bambina che, per una rarissima malattia, può vedere il mondo solo di notte, cresce con la zia, Ciccina Frensis, e con Gioiella, la “quasi sorella” che il padre ha comprato da una sua ex operaia in cambio di un biglietto per l’America. Sarà in quella gabbia dorata che la bambina si farà donna pensante, grazie a quella curiosità, quale “fiammifero che accende il buio”, che le ha fatto conoscere la vita indirettamente, mediante i libri, la poesia (“che andava al cuore d’un’emozione, la sfogliava come petali di rosa…”), la cultura… finché il sapore più verace della vita non la coglierà davvero, come un caldo scirocco estivo…

A Luna è dato conoscere solo la notte dei sentimenti e le sue buie pieghe, e tutt’intorno le ruotano personaggi che attingono a lei per il solo proprio arido tornaconto (Ciccina per lo stipendio e Gioiella per evitare ciò che “spetta” a una ventenne come lei: un uomo, una sepoltura da viva), come stelle che succhiano luce alla luna. Nella prima metà del libro, difatti, i punti di vista dominanti, che la Grasso utilizza con assoluta maestria, sono quelli dei personaggi “selvaggi”, ossia che conoscono soltanto le loro secche logiche: Gerri, Ciccina e la stessa Gioiella. Al contrario, la purezza dei pensieri di Luna appare, qui, come intoccabile e inarrivabile, proprio come l’astro di cui porta il nome. Si può cantare della luna e/o alla luna, ma non le si può dare mai davvero voce: la luna è un tu, e mai un io. La luna è soltanto una miracolosa apparizione. È nella seconda metà del testo, invece, che il lettore resta straordinariamente spiazzato: Luna è divenuta adulta, ha voce e pensieri suoi, ben lontani da quel candore che ci saremmo aspettati (e che tanta letteratura ha affibbiato a quella luna di cui porta il nome). È diventata una sovrana smaliziata, una tigre che agguanta le proprie sbarre, come fa con le sue stesse viscere. Scende le scale del cielo e, da eterea, si fa terrena (un po’ come se la Beatrice dantesca parlasse a mo’ d’una donna del Boccaccio). E tale metamorfosi coincide con la scoperta della dimensione sessuale, con l’iniziazione al mondo adulto. Luna è diversa dalla sua madre-bambina, miracolosamente scampata alla “mandria degli adulti” (e, difatti, Gelsomina ricorda, in alcuni tratti, l’omonima protagonista de La strada di Fellini): Luna conosce la vita, pur non essendovi “regolarmente” ammessa. In una prosa straordinariamente poetica, densa e incastonata di metafore (nonché di climax), Silvana Grasso fa esplodere tutta la potenza della femminilità dalle sue più svariate angolazioni, e lo fa mediante la Scrittura che, non dimentichiamolo, è essa stessa Donna.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER