Somme ‒ Voci dall’inferno

Somme ‒ Voci dall’inferno
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La battaglia della Somme è l’emblema della Prima guerra mondiale, perché ne esprime la dinamica bellica particolare: un conflitto di trincea lento e logorante, con tutti i suoi conseguenti orrori fatti di morti a ripetizione ma anche di primi ritrovati della tecnologia bellica, sintomo evidente della raggiunta industrializzazione dell’Europa colonizzatrice. Nonostante ciò, gli eserciti della guerra di trincea sono composti da milioni di combattenti sprofondati in fosse infernali, costretti a vivere in condizioni indescrivibili per qualunque giornalista di guerra. Eppure quella guerra appare assurda proprio per i risultati sociali conseguiti all’alba del XX secolo da parte di quell’Europa costellata di nazioni, ciascuna forte delle proprie tradizioni e del senso di progresso economico e scientifico che sono poi i motivi principali del trionfalismo della Belle Époque. Adesso, con la guerra, quell’Europa è rotta in due grandi alleanze internazionali, le Potenze centrali da un lato e gli Stati dell’Intesa liberale dall’altra, illuse, entrambe, che la partita decisiva possa risolversi in poco tempo e senza enormi perdite umane…

Con la secchezza delle testimonianza diretta dei soldati, fra cui si annoverano anche i cappellani militari, oltre che con l’ausilio di un materiale documentario di primissimo ordine (archivi sonori e fotografici dell’Imperial War Museum), Joshua Levine con Somme - Voci dall’inferno, riesce a dissolvere qualsiasi idealizzato residuo delle presunte guerre del passato, magari rese digeribili dal ricordo sbiadito dall’oblio inevitabile degli eventi. Un’opera che commuove senza alcuno sforzo retorico: pura cronaca dei fatti riportati per bocca dei diretti interessati, di quell’umanità messa a tacere dal megafono ottimistico della narrazione di regime, tutta impegnata a macinare cadaveri e consenso. Al di là del cospicuo valore storiografico della ricerca di Levine, quello che preme mettere in risalto è la sensazione ultima che queste pagine fanno sorgere nell’animo del lettore: la tecnologia a volte è secondaria, se non proprio involontariamente ridicola, quando lo scontro è per forza di cose lungo e corpo a corpo. Disperazione e dolore sono sempre gli stessi, per cui tutte le guerre si assomigliano, il tempo si annulla e con esso tutte le sue consolatorie innovazioni. E la mente corre, anarchica ma sentimentalmente coerente, al De Andrè de La guerra di Piero e allo Spielberg di Salvate il soldato Ryan.



 

 

 
 
 
 

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