Sono corso verso il Nilo

Sono corso verso il Nilo

È l’alba del mese di gennaio 2011 ed il generale egiziano Ahmed ‘Alwani, come tutte le mattine, si sveglia al canto del muezzin che dal vicino minareto invita alla preghiera. Dopo aver compiuto le abluzioni rituali, indossa una comoda ed elegante tuta da ginnastica e si reca alla vicina moschea. È circondato da quattro uomini della scorta che non lo perdono d’occhio neppure per un attimo, anzi hanno l’ordine di sparare al minimo segnale di pericolo, e per ragioni di sicurezza due di essi lo seguono anche all’interno della sala di preghiera, ponendosi al suo fianco, in piedi. Il generale nei momenti di preghiera eleva il proprio spirito al di sopra delle preoccupazioni terrene, a certe orazioni mostra commozione e con suprema umiltà si pone in fondo alla sala di preghiera al fine di confondersi con gli altri oranti. Il generale ha cinquantotto anni e segue devotamente i precetti della religione musulmana: non beve, non fuma e non perde il proprio preziosissimo tempo in avventure galanti. In più di una occasione si è recato alla Mecca in pellegrinaggio, e riguardo all’elemosina rituale, mantiene di tasca propria ben dieci nuclei familiari bisognosi. È un uomo importante, un vero pezzo da novanta del Paese, ma in pubblico mantiene un atteggiamento dimesso e contenuto. Tornato a casa dopo la preghiera, seduto comodamente in poltrona rilegge alcune sure del Corano, quelle che vengono suggerite ai fedeli per tenere lontano il diavolo dalle case, e si prepara la colazione da solo gustando miele, formaggio svizzero, pancake e tè macchiato di latte. Infine, dopo un’ottimo caffè, zuccherato in giusta misura, il generale adempie al dovere coniugale dell’amplesso amoroso con la coniuge, musulmana praticante in notevole sovrappeso e con il viso devastato dalle rughe. Potrebbe avere centinaia di donne pronte a soddisfarlo, ma essendo ligio alle regole, si accontenta dell’obesa Talima ma, pur consapevole di fare cosa proibita, per raggiungere l’erezione utilizza le immagini pornografiche che scorrono sullo schermo della tivù satellitare posta dinanzi al letto…

‘Ala al-Aswani, si serve della narrazione di eventi accaduti in Egitto durante la cosiddetta “primavera araba” per descrivere con toni impietosi i vizi e le virtù della società egiziana ad egli contemporanea. Al contempo usa un tema che di frequente ricorre negli scritti degli intellettuali militanti: il rapporto tra il potere così come viene esercitato nel mondo reale e la rappresentazione che ne viene fatta dai media a puro scopo di assecondare i disegni di chi gestisce la cosa pubblica. L’autore descrive in maniera magistrale, con ironia e talvolta con una dose di pungenti sberleffi, generali, marescialli, imam, e membri dell’alta borghesia egiziana nel momento in cui sono intenti a gestire il sommovimento popolare che da piazza Tahrir, il ventiquattro gennaio 2011, si è irradiato a gran parte dell’Egitto restando soffocato nel sangue mentre, su preciso disegno dei militari, la popolazione è stata spinta sull’orlo di una guerra civile. A generare dolorosi conflitti sociali, l’uso demagogico di una tv privata, requisita dal regime militare al capitalista di turno e l’opportunistica alleanza tra il più importante partito islamista e i capi militari subentrati nella guida del Paese dopo le dimissioni del presidente Mubarak l’undici febbraio 2011. Inoltre, il romanzo appare una prova narrativa di spessore riguardo l’analisi delle dinamiche che hanno determinato le proteste popolari, con descrizioni di crescente drammaticità soprattutto riguardo alle torture ed alle inaudite violenze che studenti e giovani disoccupati sono stati costretti a subire da parte dei militari impegnati nella repressione. Non a caso, è la giovanissima insegnante Asma - che non vede l’ora di togliersi il velo e di manifestare liberamente il proprio pensiero - a definire “martiri” coloro che vengono trucidati dai soldati sul selciato della piazza più famosa della capitale egiziana, portando tra le pagine del libro l’evidente pensiero dell’autore. Una particolare attenzione, è rivolta anche alla minoranza di religione copta, che costituisce il quindici percento della popolazione egiziana, con un intento descrittivo della problematica presenza di voci dissonanti nella società rispetto alla tendenza alla omologazione voluta e predicata dal potere militare in accordo con rappresentanti della fede musulmana. Senza retorica, il romanzo appare come un grande atto di amore verso l’Egitto, una patria devastata dalla corruzione e dal cattivo governo che lo scrittore, come tanti intellettuali impegnati nel dar voce al bisogno di democrazia di larghe fasce della popolazione, avrebbe desiderato diversa e più moderna, pluralista ed inclusiva, seguendo un miraggio di progresso che viceversa, nello spazio di un paio di mesi, è stato brutalmente annientato.



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