Sono Dio

Sono Dio
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“Sono Dio”, pensa Dio. E facendo un primo pensiero, componendolo ecco che ne arriva un secondo, poi un terzo e un quarto, e inevitabilmente segue un cicaleccio mentale che si arrangia intorno all’imperfezione insistente della lingua umana. “Sono Dio”, e le passeggiate in giro tra le galassie si alternano a uno sguardo verso la Via Lattea, dentro il sistema solare, fino al piccolo pianeta Terra, fino a un punto chiamato Italia e in particolare Norditalia, una landa desolata di capannoni industriali e allevamenti bovini e acque contaminate. Una ex-pescheria dove vive una stangona “grassa sotto e magra sopra”, atea e ninfomane, collezionista di crocifissi che poi brucia ritualmente nel camino, di lavoro divisa tra l'inseminazione artificiale delle vacche ‒ compare con la sua tuta e i suoi stivaloni da motociclista e i capelli viola che spuntano dal casco, sulla soglia di un qualche allevamento, pronta a infilare il pugno nell'ano della mucca ‒ e gli esperimenti in laboratorio sui batteri, puntando a ricavare una pila alimentata da quello che ritiene il futuro dell'energia, racchiuso in quegli inarrestabili minuscoli esseri. Le avventure della “motociclista sodomitica” rapiscono Dio dai suoi ampi sguardi galattici e lo costringono tra le formule avvinghianti di un diario umano, scrivendo di umani vizi, ipocrisie, fragilità, ostentati princìpi e tradimenti, addirittura – pericolosissima china ‒ sentimenti…

 

 

Giacomo Sartori immagina il calarsi di Dio in un diario-romanzo, disincantata osservazione di un quotidiano problematico, ironica voce narrante che auto-ironizza su quella lingua che si è ritrovato a utilizzare nell’atto stesso di raccontare. “Sono Dio” è l’incipit ambizioso, il primo pensiero che s’ingarbuglia nella matassa umana portatrice di qualche flebile speranza e di tante delusioni, sbalordimenti e distrazioni. Le umane vicende sentimentali e sessuali di una ragazza del Norditalia turbano e rapiscono il non-pensiero divino alla contemplazione del cosmo (“dovrei smettere di scrivere e di pensare”, esclama il dio narrante, esausto eppure invischiato), tanto da spingerlo a un pensiero caustico: provare anche solo una delle azioni umane: ma quale? Programmatica, dunque, la struttura del romanzo di Sartori, e il testo alla lunga ne risente. Sartori ricerca un’ironia, un satireggiare sulle umane pene attraverso un escamotage, distanza diegetica e lasciapassare per brillanti appunti di viaggio tra le storture della società umana, e divertite digressioni su usi e costumi linguistici: un dipanarsi ordinato ma senza guizzi, forse troppo allungato in esile trama, più adatto per il vestito sfrondato di un racconto: il ritmo, una trovata-programma come il Dio che s’infanga tra lingua e romanzo e umani pensieri, forse più efficace in poche e dense pagine, finisce qui per ripetersi e stancarsi.



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