Sotto cieli noncuranti

Finalmente in cima al sentiero: un’ora e mezza di camminata con le racchette e Augusto Griot si ritrova ad aver raggiunto la meta, decisamente sfinito. La strada è sepolta sotto uno spesso manto di neve ed è a malapena riconoscibile. Il cartello con la scritta Autagne sembra essere stato il bersaglio preferito dai cacciatori negli ultimi tempi: crivellato di colpi è ormai completamente storto. Che brutta sensazione: dà quasi l’idea che il paese sia verso il basso, nei sotterranei, nelle gole più profonde della terra. Eppure una volta Autagne era raggiungibile in qualsiasi stagione, anche durante il più rigido degli inverni. Erano proprio gli stessi abitanti a rendere la strada percorribile: spalavano la neve con l’aiuto dei cavalli da tiro e delle pale di legno. Era volenteroso il popolo dell’epoca, prima che la guerra lo privasse di ogni forza, prima che conoscesse la fame, quella più nera. Manca l’aria a Griot, nonostante il freddo, nonostante sia completamente privo di ogni riparo. È la fatica: quanto gli costa stare dietro agli animali selvatici. E pensare che per quelle ronde, il comune non sborsa neanche un centesimo. A pensarci bene, Augusto non è nemmeno così sicuro che si sappia delle sue escursioni con bastone e racchette. Le fa con piacere in realtà: lui è nato e cresciuto in quei boschi, li conosce bene. Le previsioni meteo sono molto preoccupanti: prevedono ancora tormenta e sicuramente i cervi e i caprioli, non trovando nulla da mangiare, scenderanno verso la valle. Quello che spera Griot è che non si avvicinino troppo alla strada. Il traffico sulla statale è decisamente aumentato negli ultimi anni e gli animali potrebbero rappresentare un pericolo per gli automobilisti, oltre che mettere se stessi in grave pericolo. Spera l’uomo, che come spesso accade, alcuni trovino riparo tra le strettoie del terreno, provocate dalle nodose radici degli alberi. Il bosco è di un silenzio assordante e nel frattempo riprende a nevicare. Augusto sa bene che ha tempo per tornare, ci vorranno almeno tre ore prima che la neve renda la strada totalmente impraticabile. Così decide di gironzolare senza meta in paese, quel paesino a cui è tanto affezionato. Arrivato davanti alla chiesa, Griot si ferma a leggere quel motto latino che conosce molto bene ormai, la cui ultima parola si è cancellata. “Sicut umbra vita fugit”, così recita la massima, solo che il fugit se l’è portato via la gelata dell’anno precedente, staccando un pezzo di intonaco. Meglio così: a Griot proprio non va giù che la vita sfugga via come un’ombra. Senza quel fugit sembra che la vita assomigli a un’ombra: questo è sicuramente il motto più azzeccato. L’irrefrenabile voglia di raccontare di tale sua constatazione a Violaine, gli fa venire in mente che è mercoledì ed è quasi Natale…

La concatenazione di due storie dà vita a Sotto cieli noncuranti, il romanzo corale nato dalla penna di Benedetta Cibrario che vede protagonista il dramma famigliare, uno strazio drammaticamente attuale. A Torino un bimbo precipita dalla finestra e si schianta al suolo morendo. Il magistrato chiamato a indagare sulla triste vicenda, Giovanni Corrias, subisce a sua volta un lutto molto grave, con la dipartita improvvisa di sua moglie a causa di un terribile incidente. Il dottor Corrias reagisce alla disgrazia occupandosi del lavoro a trecentosessanta gradi, coadiuvato nelle indagini da Violaine, una giovane poliziotta laureata in psicologia. La figlia del magistrato, Matilde, è una bimba di dodici anni, che si ritrova adulta all’improvviso, costretta a curare le ferite del padre e delle sue sorelle, prima delle proprie. Una Matilde piccina, ma molto più grande della sua età, che cerca di entrare nell’ottica degli adulti, che cerca di comprendere il loro mondo. Un libro ben scritto Sotto cieli noncuranti, dalla trama scorrevole e ammaliante, incastonata in un’ambientazione carica d’incanto e di dolore. Un romanzo quello della scrittrice fiorentina, che non relega il lettore a spettatore della storia, ma lo prende per mano e lo conduce delicatamente nella narrazione. Lo porta nei luoghi, nell’atmosfera creata dal racconto e soprattutto nei pensieri dei protagonisti, tutti ben delineati e ben collocati all’interno della storia. Non lascia nulla al caso la Cibrario e riesce attraverso una scrittura elegante nella sua semplicità a far parlare le figure che animano la narrazione, in maniera tale da guardare ai fatti attraverso punti di vista differenti. Un libro che conferma l’attenzione che la scrittrice ha spesso mostrato nei confronti delle problematiche sociali e soprattutto verso quel dolore con il quale chiunque prima o poi può essere chiamato dalla vita a confrontarsi.

 


 

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