Sotto un altro cielo

Sotto un altro cielo

Giordano mostra alla sua compagna una foto sul quotidiano della mattina: un bambino a faccia in giù sulla spiaggia lambita dalle onde. Un paio di pantaloncini blu, una maglietta rossa e il corpicino “soffice e leggero” che pare solo addormentato sulla battigia... Shankar lascia l’India per sfuggire ad una vita di povertà, rischiando i pochi soldi messi da parte per il sogno europeo di un lavoro dignitoso e sufficiente denaro da poter mantenere l’intera famiglia. In realtà per lui le cose vanno diversamente, a cominciare dal soggiorno ad Abu Dhabi, dove per un paio di mesi lavora come schiavo in un cantiere edile per poi scappare via senza soldi e senza documenti, sottratti proprio dal tipo che gli aveva rimediato quel lavoro... Portbou, 25 settembre 1940. Walter Benjamin è fra i fuggiaschi che tentano di sottrarsi alla furia del Terzo Reich. L’intento è quello di imbarcarsi alla volta degli Stati Uniti dove già alcuni suoi amici, fra i quali Theodor W. Adorno, lo attendono. Quando si vede revocare il visto di transito in Spagna e temendo di finire nelle mani della polizia di frontiera, l’unica via di fuga che Benjamin vede è quella del suicidio con una dose massiccia di morfina che lo scrittore custodisce gelosamente nella propria valigia... Il corpo di Leonie, congolese in fuga attraverso la Libia, giace immobile sulla spiaggia dell’Arenella, tra i neri sassi di Pantelleria. “Le scarpe da ginnastica, calzate nella fretta di partire, si intravedono da un lembo di plaid bianco e marrone che amorevolmente i primi soccorritori le hanno gettato addosso”...

Dieci racconti per narrare il dramma dell’immigrazione dalla parte di chi la vive ogni giorno sulla propria pelle. Finalmente una forte voce fuori dal coro ‒ sempre più omologato, indifferente ed egoista, alimentato smisuratamente da certa politica ma anche da certa informazione ‒ che attraverso lo strumento forse sottovalutato della narrativa lascia spazio ai dolori, alle paure, ai lamenti di chi è costretto a lasciare la propria casa, i propri affetti e le poche cose che possiede nella speranza di un futuro che non sia di sfruttamento, di oppressione e di morte. L’idea, nata da Paolo Volpe assieme a Dacia Maraini e Gianfranco Di Fiore, ha raccolto l’adesione di altri scrittori tutti uniti dalla stessa sensibilità al tema dell’immigrazione e tutti convinti che alcune battaglie di civiltà siano non solo auspicabili ma necessarie. E se ancora sui tram delle più grandi città d’Italia si leggono frasi del tipo “Via dall’Italia immigrati di merda, tornate nelle vostre schifose fogne o vi ammazzeremo tutti”, significa che nella nostra misera e breve vita non abbiamo imparato nulla; significa che la storia insegnata sui banchi di scuola è servita solo a far trascorrere il tempo in attesa del suono della campanella; significa che noi tutti, genitori, educatori ed istituzioni abbiamo fallito in quello che è il compito più importante: insegnare la compassione. E sconfiggere quel razzismo che non è cosa nuova ma è quello di sempre, che colpisce chi è diverso sia esso straniero o semplicemente non omologato alla massa; ed anche guardare con altri occhi i nostri desideri e l’ossessiva corsa al benessere che regola la civiltà nella quale viviamo e che di fronte a certe tragedie va senza dubbio ridimensionata. Perché se come scriveva Dante “sì come sa di sale lo pan altrui e quanto è duro calle lo scender e ’l salir per l’altrui scale”, è altrettanto vero che è solo per una ragione geografica e per un fortunato caso che non ci troviamo noi nei panni di quei poveri cristi che impiegano i risparmi di una vita e rischiano la morte per il sogno di una esistenza lontana da guerre e povertà. E allora riflettano gli sciacalli, quelli che spargono veleno quotidianamente: “sta in agguato, quel veleno, dietro frasi buttate lì su un autobus, per strada, a tavola la sera. É la filigrana infetta di certi ragionamenti che sembrano di buon senso: loro sono troppi, noi siamo un Paese in difficoltà, gli italiani non hanno lavoro...” Riflettano quei signori ed abbiano sempre stampato in mente il corpicino di Aylan ‒ uno fra i tanti, troppi bambini morti in mare ‒“quella sua grazia dolce, quel suo abbandono alla morte, che tolgono il fiato”.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER