Sound of the Beast

Sound of the Beast
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Siamo ormai nel quinto decennio da quando “si è aperto il primo squarcio nel cielo, rovesciando l'autentico suono della vita e della morte su questa terra, con fragore e potenza”, da quando cioè, in altre parole meno alate ma forse più intelligibili, è nato l'heavy-metal. Tutto - o quasi - ha inizio a Birmingham, una grigia e fatiscente città industriale inglese, da un gruppo di giovani che potremmo senza tema di smentite definire disadattati: John Michael Osbourne detto Ozzy (5 fratelli, 1 condanna per furto, 1 lavoro saltuario al mattatoio cittadino), Tony Iommi (2 dita semi-mozzate, che per un chitarrista non è male), Terry Butler detto Geezer (ossessionato dai vestiti verdi) Bill Ward (depresso e disperato). La band alla fine degli anni '60 sforna un pezzo dalle atmosfere lugubri e ossessive, poverissimo musicalmente, fatto di soli 3 accordi, che però cambia la storia della musica: il brano – e di conseguenza il gruppo – si intitola Black Sabbath. È una valanga da quel momento in poi: niente più fiori, speranze di cambiamento, psichedelia. Ora si cantano l'orrore, la violenza, il pessimismo, la pazzia, l'occulto e la morte. Ora le chitarre sono distorte, la batteria viaggia a un ritmo sempre più frenetico. Ora i capelli lunghi, i jeans e il giubbotto di pelle nera diventano una divisa che non ammette eccezioni. E nasce un movimento enorme (quasi quanto le muraglie di Marshall che i gruppi metal usano dal vivo) che paradossalmente – o forse no – vive il suo momento d'oro durante i super-edonistici Eighties. Nei successivi trent'anni più di 100 milioni di ascoltatori scelgono di acquistare dischi o affollare concerti delle tantissime sottocategorie in cui a poco a poco si è suddiviso l'heavy-metal: il giornalista specializzato Ian Christie prova a raccontare questi decenni attraverso la storia dei loro protagonisti...
Elaborato in tre anni di lavoro – ricerca bibliografica, centinaia di interviste, ascolto certosino di cd, scrittura 12 ore al giorno – Sound of the Beast è in assoluto il saggio più completo e fedele mai uscito sulla musica heavy-metal (l'aggettivo “definitivo” usato in copertina ci pare però oltre che inesatto da menagrami): la sensazione di saperne più dell'autore che tutti gli appassionati di rock conoscono fin troppo bene e hanno provato più volte leggendo libri o articoli giornalistici sull'argomento zeppi di errori grossolani stavolta non fa capolino, se non in pochissimi passaggi, che in un'opera di proporzioni enciclopediche rappresentano un peccatuccio veniale. Certo, ci sarebbe da discutere per ore sulle classifiche che Christie stila in appendice (roba scivolosissima tipo “I migliori 25 album di heavy-metal di tutti i tempi”, che almeno 10 li cambieresti di corsa), ma è indubbiamente spassosissimo gustarsi i “4 falsi inni metal vergognosamente fiacchi” (per la cronaca, vince “When the children cry” dei White Lion) o “I 3 più assurdi trucchi di scena del metal” (senza avversari l'allucinante culturista Thor che gonfiava una borsa dell'acqua calda con la bocca) e tante altre chicche contenutistiche e grafiche. “Ho scritto questo libro perché in un certo senso volevo sventolare una bandiera”, ha dichiarato Christie in un'intervista. E del resto, la dedica in calce al saggio “Ai caduti e ai fedeli” lascia pochi dubbi sull'approccio dell'autore. Un approccio che – anche se ci vergogniamo un po' ad ammetterlo, ora che adolescenti non siamo più da qualche decennio e siamo diventati allergici alla retorica – ci ha fatto battere il cuore.

 

 

 
 
 
 
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