Sovrapposizioni

Sovrapposizioni

Immagine, dal latino imaginem, accusativo di imago: ritratto, rappresentazione, fantasma, apparizione, in opposizione alla realtà. Immagine che persiste, all’apparenza guardata dallo spettatore, lo guarda, lo insegue, persiste nel nostro sguardo – dopo averci catturato – sovrapposizione a ciò che stiamo vedendo; “luogo segreto di un ritornare, delle intermittenze, totalmente solo per noi”. Cosa succede, dunque, di tra le sovrapposizioni continue di Entr’acte (1924) di René Claire, intermezzo in cui un'immagine sgorga in un’altra (e da un’altra sopraggiunge), liberandosi così in nuova potenza lontano dallo strumento, dalla sintesi: incombenza segreta nello sguardo? Cos’è che abita la parola inframince, infrasottile, disegnata e indagata dall’artista Marcel Duchamp nei pori dello sguardo, al limite della percezione? L’immagine si allarga, semplice si stratifica in complessità, si spalanca vertiginosa facendo problema. Georges Perec: una strada, un luogo e una possibile autobiografia (posti vissuti non vissuti da piccolo, frammenti di spazi, dialogo tra immagine e parola). L’immagine deriva da altra immagine, in opposizione all’immagine addomesticata, significante. Il lavoro di Fernand Deligny ai margini della pedagogia, con gesti, traiettorie e disegni degli autistici: l’inattention, l’ètourderie. Immagine, memoria, traccia: la narrazione di W.G. Sebald con materiale d’archivio rimembrato, rimontato, oltre la rappresentazione. Il cinema del possibile ritorno e degli “spostamenti esigui” della coppia Gianikian – Ricci Lucchi. E le fotografie-pulci di Tacita Dean…

 

 

Un’esperienza di immagine ottica pura, come individuata da Gilles Deleuze in Immagine-tempo, si apre fuori dai cardini della convenzionale rappresentazione. L’immagine/schema senso-motorio deflagra e ciò che si mostra agli occhi dello spettatore è innanzitutto ambiguo, innanzitutto si biforca: guardato, riguarda. Deleuze, Walter Benjamin, Roland Barthes, ad accompagnare e ispirare un’analisi organica a più voci sul carattere dell'immagine – di fantasmi e di memorie: di temporalità. Nelle pieghe dell’immagine cinematografica e fotografica la ripetizione, la derivazione di un’immagine nell’altra, la possibilità del soggetto di essere altro da sé: incompossibilità. Il documento d’archivio rielaborato per tessere un vivido dialogo – innervarsi – tra passato e presente. L’antologia è ragnatela di percorsi di ricerca sul liminare, sul marginale, su quel fecondo infrasottile: colpisce, a esempio, il legame tra l'analisi della scrittura di Sebald in Muriel Pic, del montaggio di particelle documentarie estrapolate dai precedenti contesti, e le riflessioni avvolgenti di Mark Godfrey sul “banco di neve”, turbinare di fotografie (residue, imprecise, sbagliate, perse) prese ai mercati delle pulci e raccolte nel libro d’artista Floh di Tacita Dean. O l’erranza – luogotenenza, tracce – nel lavoro di Perec, filmato da Robert Bober, accanto alle righe di Nicola Turrini che scavano nel rapporto tra Fernand Deligny e il silenzio terribile e non-rappresentabile (dunque aperto all’immaginazione, immaginare, imaginem che si apre) del dodicenne Janmari. “Immagine che si fa abisso, ci scruta e ci inghiotte, trasformando noi stessi in quell’abisso”.



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