Spartacus

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71 avanti Cristo. La via che da Roma porta a Capua, l’Appia, è già stata riaperta da un paio di mesi. I disordini che hanno turbato gravemente la pace nel territorio italico negli ultimi anni sono stati finalmente domati, ma il traffico è ancora tutt’altro che normale. Anche perché lungo la strada, a marcire, ci sono 6472 cadaveri crocifissi: i seguaci dell’ex gladiatore Spartaco sopravvissuti alle battaglie con le legioni romane sono stati infatti sottoposti a tale atroce supplizio e lasciati senza sepoltura come monito per le genti. A contemplare il terribile spettacolo oggi sono il giovane e viziato patrizio Caio Crasso, sua sorella Elena (bellissima e per lui morbosamente attraente) e l’amica Claudia, diretti a Capua per trascorrere una settimana di vacanza presso alcuni parenti. Lui viaggia a cavallo, le ragazze invece su delle lettighe portate da schiavi. I patrizi cercano di non vomitare per il puzzo di decomposizione. Gli schiavi cercano di non mostrare la commozione che serra loro il cuore a vedere la fine atroce fatta da chi è insorto in nome anche della loro libertà. Lungo la strada, Caio e le ragazze si fermano in una locanda e qui hanno una disgustosa e paradossale conversazione con un commerciante di salumi che si lamenta per lo “spreco di carne” costituito da quello sfoggio di crocifissioni: sarebbe stato meglio se le autorità avessero consegnato a lui gli schiavi ribelli per farne salsicce…

Spartacus è un frutto amaro di rabbia: uscì auto-pubblicato nel 1951, in pieno maccartismo, dopo tre mesi di carcere subiti da Howard Fast l’anno precedente per aver rifiutato di deporre davanti alla famigerata Commissione per le attività antiamericane diretta dal Senatore Joseph McCarthy e svelare i nomi dei finanziatori di un fondo istituto ai tempi della militanza di Fast nel Partito Comunista Americano in favore degli orfani della Guerra Civile spagnola. La stampa è stata realizzata con un crowdfunding ante litteram: centinaia di lettori acquistarono in anticipo la loro copia, permettendone la pubblicazione. La rabbia, dicevamo. Traspare ad ogni riga: da ogni descrizione, da ogni dialogo, dal ritratto grottesco e vizioso che l’autore fa dei patrizi vincenti e dal commosso omaggio che riserva ai ribelli sconfitti e agli schiavi che in silenzio ne compiangono il fato. E il furore politico di Fast è aiutato dalla struttura narrativa del romanzo, tutta giocata in flashback e molto “parlata”: è come se si trattasse di uno spin-off della vicenda principale, di un’esplorazione dei fatti e dei personaggi che vivono “intorno” alla terza Guerra servile, che davvero gettò nel panico la Repubblica. Una scelta che se da una parte permette allo scrittore di inserire spesso riflessioni politiche “ex post” nei dialoghi, dall’altra uccide la spontaneità, limita al minimo l’azione e rende quindi Spartacus qualcosa di molto distante dai romanzi storici che oggi vanno per la maggiore. Anche dal punto di vista eminentemente ideologico, va detto che Dalton Trumbo, lo sceneggiatore della versione cinematografica diretta da Stanley Kubrick nel 1960, ha fatto un lavoro molto più calibrato, emozionante e paradossalmente veemente di quello di Fast, perché più capace di parlare al cuore del pubblico. Malgrado la sua imperfezione, il romanzo non manca di momenti memorabili: tra tutti il capitolo dedicato all’arrivo di Spartaco nell’inferno indicibile delle miniere di Nubia e la scena della seduzione di Caio da parte del generale Marco Licinio Crasso, capolavoro di ellittica sensualità temo però involontario, poiché Howard Fast pare voler inserire l’omosessualità nel novero dei sintomi della decadenza morale e sociale dei Romani, decadenza che dovrebbe rafforzare la “necessità” di rovesciarne il dominio. Una visione tutt’altro che progressista se si guarda alla vicenda come ad un’allegoria della lotta contro il capitalismo. E una visione risibile storiograficamente, dato che Roma in quegli anni era ancora prepotentemente in ascesa e quella presunta decadenza sarebbe giunta solo molti secoli più tardi.



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