Specchio delle mie brame

Specchio delle mie brame

Antropologia pragmatica: come usiamo e come abusiamo dell'autostima, dell'amore per il sé. Come si manifestano in noi le emozioni e gli atteggiamenti legati a una certa opinione del sé. Siamo orgogliosi, vanitosi, arroganti, e ci vergogniamo, siamo umili, ci imbarazziamo, ci risentiamo e ci indigniamo. Tutto in nome di quell'Io che è stato ferito, non considerato, non accettato per il suo reale valore, oppure non all'altezza di ciò che viene richiesto dall'esterno. Già perché l'Io vale, come la campagna pubblicitaria dell'Oréal andava astutamente a sottolineare: “io valgo”, algida e inarrivabile top model, e tu no; oppure anche tu, se segui certi standard, se cerchi un tuo piedestallo su cui salire. Ma quale Io? Dove Io? Quanti Io? Narciso andava in cerca del sé che amava tanto, e non c'era nessuno in sua compagnia. Solo Eco, innamorata e sfumata in una voce che ripete le ultime sillabe dello stesso Narciso. Voce dentro di lui. Voci in noi che ci stimano, ci illudono, ci giudicano e ci condannano. Voci e Io che alimentano il nostro autoinganno. Varia psicopatologia di disturbi narcisistici che prevede le tante sfumature delle citate e note emozioni, ma anche manifestazioni di quelle qualità lungi dall'essere inattaccabili, ma che altresì possono corrompersi, come integrità, autenticità, sincerità, specie quando vanno a seppellire certa nostra conflittualità in processo. Pragmatica, allora, come indicava Kant: l'indagine di ciò che l'essere umano, libero di agire, fa di sé, o può o dovrebbe fare di sé...

Cos'è dunque l'io dietro ai miei occhi, il soggetto che abita il mio cervello e il mio corpo, l'essere che sopravvive ai mutamenti della vita, che corre e arranca verso la sua inestimabile fine? Se lo chiedevano Hume, Smith e Kant, e la tragedia greca, e Shakespeare, Milton, Joyce. E torna a chiederselo da filosofo morale – e studioso dei propri e altrui conflitti - Simon Blackburn, facendo del famoso slogan dell'Oréal uno spiraglio su qualcosa di più buio e malvagio, da affrontare e capire, come con la generazione che ha pensato di super-valere, di poter eccedere in avidità, proliferazione di cleptoparassitismo; accompagnandosi a tanta filosofia morale, in un quadro tracciato non linearmente, complesso e fortemente dubbioso verso ogni ricetta, soprattutto filosofica, per venire a capo di Narciso, di Mida, ma anche di Antigone e della Strega di Biancaneve. Per chiedersi qualcosa su di noi nel giardino dell'Eden, là dove il frutto proibito è legato all'albero della conoscenza, là dove la nostra mano si muove – il gioco è fatto: disposizione alla caduta, e l'Io pronto a giudicarci. Uno iato, il nostro io profondo e ciò che pensiamo di essere, la nostra narrazione, come ci descriviamo. Buone qualità che si corrompono in demoni feroci, ossessivi richiami intorno alle nostre azioni, agli eventi che ci riguardano, alla vita-processo che siamo. Ha ragione l'ironico Blackburn, si arriva in fondo alla lettura con il capo proteso in avanti a spiare, noi tra gli altri, i problemi morali che ci affliggono, ad osservare incuriositi lo sgretolarsi di principi e ricette che ritenevamo efficaci. Alternative invece, in un cammino insidiato da più di una trappola.



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