Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde

Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde

Cosa fare quando ti offrono il lavoro dei tuoi sogni negli Stati Uniti ma due soffici, minuscole e abbaianti “palle al piede” rischiano di costringerti a rinunciare? Fortuna che c’è tua cugina Matilde, provvidenzialmente in cerca di una sistemazione e disposta a trasferirsi in casa tua e prendersi cura delle yorskhire Thelma e Luisa, oltre che della casa stessa. Ma sei sicura di poterti fidare? Forse no, ma, di nuovo, per fortuna hai proprio la vicina di casa giusta: russa, massiccia, intimidente e soprattutto disposta a tenere d’occhio casa, cani e cugina. Salvo poi disertare per i lidi patri e a quel punto non ti resta che affidarti a una connessione skype sempre aperta se vuoi vigilare sulle stranezze progressivamente crescenti di quella stramba di tua cugina. Ed ecco che la tua stessa casa, le tue cagnette e persino Matilde ti si rivelano in una nuova luce. Avevi mai notato che c’è una zona del tappeto sulla quale i cani non passano mai, ma proprio mai, a costo di fare il periplo della stanza? E se avvertissero la presenza di un precedente occupante della casa rimasto prigioniero nella sua prima casa milanese, in Via Canonica? E se poi l’occupante in questione fosse un prestigioso giornalista e umorista che lavorava al “Corriere”? Se quella stramba di tua cugina si inventasse il più strampalato dei modi per contattarlo e parlarci?

Man mano che si sfogliano le pagine e si osservano le avventure, gli improbabili escamotage, i luoghi comuni che affollano Spettri e altre vittime di mia cugina Matilde e che all’inizio consideriamo quasi con affetto perché sono gli stessi che ci accompagnano sin dalle prime narrazioni a tema fantasmi che abbiamo conosciuto da bambini o adolescenti, alla benevolenza si sostituisce un vago senso di fastidio. Franci Co prende, infatti, maldestramente a prestito tutto quello che abbiamo visto, sentito o letto sull’evocazione degli spettri senza però il senso dell’ironia necessario a sottolineare con leggerezza le citazioni. Per essere franchi, il suo omaggio a Buzzati è assolutamente “sotto le righe”. Lo spettro più ingombrante di tutta la narrazione non è però Buzzati, che pure immaginiamo non sarebbe per nulla lusingato da questi capitoli di ossequi infarciti di errori di grammatica, in cui come se non bastasse piovono apostrofi ed elisioni come spruzzati da un canadair, vagano forme verbali abbandonate per altre più gradite, ma mai cancellate. Il fantasma più ingombrante del libro è senz’altro la figura triste dell’ultimo correttore di bozze dell’editoria italiana immolatosi per la causa persa di trasformare una comunicatrice compulsiva in un’autrice.



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