Spifferi

Spifferi

Da venticinque anni ogni giorno il telefono squilla nel silenzio della casa dei genitori di Lucia: dall’altra parte della cornetta una voce in falsetto chiede “Disturbo? Sono io, Dimitri”. Venticinque anni in cui né suo padre né sua madre sono riusciti a capire chi sia questo Dimitri, perché li chiami, né tantomeno a farlo desistere. Sono arrivati al punto di intuire che sia lui da come squilla il telefono: “Avanti, rispondi a Dimitri”. Lucia però vuole dare un taglio a questa storia e alla linea telefonica dei suoi genitori, non prima però di aver capito chi si nasconde dietro quella voce camuffata… Pietro era stato l’unico amico disposto ad ospitarla per qualche tempo a Roma, dove era rientrata all’improvviso. La loro era stata da sempre una amicizia “baratto”: “una sera io accettavo di mettere piede in un vecchio cinema spettrale, gigantesco, vuoto, con le poltrone chiazzate di macchie fossili, e la sera successiva lui si prestava a frequentare multisale con un fazzoletto al collo e il cappuccio della felpa calzato in testa, per via dell’aria condizionata”. Questa volta però è diverso: Pietro è diventato ancora più rigido, compassato, ossessivo di quanto non ricordasse, o forse è lei ad essere diventata troppo fatua e insensibile alle ultime richieste di aiuto del suo amico… “Desidera chicken o pasta?” chiede la hostess a Michele. Una scelta personalissima, da compiere nel pieno della condizione di solitudine in cui si trovava: su un areo, in attesa di raggiungere Amanda, la madre surrogata al quarto mese che ha nella pancia il figlio suo e di Sergio. La cifra pattuita per portare avanti la gravidanza era stata di trentamila dollari, ma nell’ultimo mese Amanda aveva cominciato a dare segni di squilibrio, chiamava di notte, senza tenere conto del fuso orario, rimandava i controlli, spariva per giorni… “Desidera chicken o pasta?”…

Dopo Animali domestici Letizia Muratori torna alla scrittura confermandoci la capacità di dare vita a pagine raffinate e sospese, in questo caso con un climax discreto che ci accompagna nei finali spiazzanti dei racconti. Gli spifferi sono fantasmi, misteri che si svelano. Un vento freddo che ti colpisce all’improvviso e ti fa venire la pelle d’oca. Questo è l’effetto di questi racconti: nella vita di persone normali, e nella nostra di lettori alla fine di ciascuno dei sei racconti, uno spiffero irrompe e ci fa rabbrividire. Un esperimento coraggioso quello della scrittrice (e dell’editore: si sa quanto i racconti siano un genere difficile da vendere), misurarsi con un genere letterario senza aderire strettamente a nessuna regola, ma corteggiandole, sfiorandole, regalandoci dei veri e propri quadretti, delle miniature dettagliate e un po’, solo un po’, spaventose, se ci si avvicina troppo e se ci si sofferma con troppa attenzione. La Nave di Teseo ha scelto, ancora una volta coraggiosamente, una immagine di copertina quanto più lontana possibile dal contenuto del libro: una duna di sabbia assolata, quattro donne di spalle, in costume da bagno. Ma non è forse proprio in quei momenti che, se uno spiffero arriva, sentiremo più freddo?



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