Splendido splendente

Splendido splendente
1978, una domenica d’estate. Sulla spiaggia di Camogli lo studente liceale Marzio Milani rimane folgorato dalla visione di una ragazza bellissima che esce dall’acqua e cammina ostentando un corpo perfetto. La giovane avanza fra gli asciugamani e le creme, incurante degli sguardi lascivi degli uomini e di quelli carichi di rimprovero delle donne. Quella ragazza è Moana Pozzi. È già Moana, verrebbe da dire, la futura pornostar, icona degli anni ottanta.
Marzio riesce a conoscere Moana, lei gli chiede addirittura di andare a prenderla a casa sua a Ovada quella sera stessa, perché i suoi genitori non la fanno uscire da sola. Marzio, che è minorenne e non ha ancora la patente, si fa prestare la macchina da un suo amico e parte per trascorre quella che sarà una serata bellissima, prima in discoteca e poi a fare l’amore con la donna più bella che abbia mai incontrato. Nel corso degli anni Moana e Marzio si sentiranno spesso, lui andrà a trovarla a Roma quando lei deciderà di trasferirsi lì per fare il cinema e la seguirà nel corso della carriera, raccogliendone gli sfoghi e le malinconie, ma sempre apprezzandone la forza e la determinazione. Intanto il tempo scorre, Marzio si laurea e vive a Milano, dividendosi fra locali, modelle, e il suo lavoro di importatore di giochi da tavolo. Moana cerca di sopravvivere nel sottobosco del cinema, finché rimane irretita dal mondo sciatto e poco professionale del porno nostrano...
La bellezza del romanzo di Ivan Guerrerio, che si è aggiudicato il Premio Calvino 2009, sta proprio nel raccontarci una storia nota, senza colpi di scena. Una storia che, attraverso la figura di Moana Pozzi, consente allo scrittore di guidarci attraverso gli anni ottanta, gli abbagli, le illusioni, le sfilate e le modelle che hanno caratterizzato un decennio. Un’epopea che inizia con Lotta Continua e finisce con un imprenditore impegnato a disfarsi goffamente dei soldi di una tangente. In mezzo scorrono i riti e i protagonisti di quegli anni, i programmi televisivi, l’Ansaldo, la speculazione edilizia, il Caf, il congresso del partito socialista, le canzoni del Festival di Sanremo. Un romanzo breve, raccontato con disincanto ma privo di cinismo. Impreziosito da una scrittura sapiente e quasi del tutto priva di punteggiatura. Al racconto del protagonista, che è un personaggio di fantasia, si alternano pagine del diario di Moana, anch’esse ricostruite dall’autore, ma che ci danno un’immagine struggente dell’attrice, lontana sia dall’agiografia che dal moralismo. In fondo Moana rappresenta benissimo l’Italia degli anni ottanta. Lei, che voleva essere “un virus del desiderio che ti si attacca addosso”, ha dovuto scontrarsi col provincialismo e il pressapochismo non solo dell’industria del porno, ma anche degli italiani. “Nessun amore per il sesso in queste persone, solo disprezzo mascherato. Hanno di fronte una donna, una bella donna direi, eccitata da quello che fa, pronta a eccitarli. Invece dicono puttana (…) Mi hanno detto che è una difesa perché farei paura. Faccio paura? Dovrei essere io ad avere paura”.

 

 

 

 
 
 
 
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