Splendore a Shanghai

Splendore a Shanghai

Una volta deciso il da farsi, si danno appuntamento per la mattina dopo. È piuttosto presto e si ritrovano tutti in auto. Il conte è seduto davanti, accanto a Ernesto. Doremì e Olga stanno dietro. Si tengono per mano. Entrambi sono agitati. Lui perché come al solito non capisce che cosa stia succedendo. E la cosa gli dà tremendamente fastidio. Di più, non la regge proprio. Lei perché pensa a Kàtja. Ha pensato a Kàtja per tutto il tempo, l’intera notte. All’alba si è truccata, per non apparirle sciupata… e per ritrovare almeno una parvenza di dignità. Si fermano in una strada della French Concession, la Route Henri Riviere, davanti a quella che si staglia all’orizzonte come una dignitosa palazzina bianca. Il conte dice a Doremì ed Ernesto di aspettare. Poi fa scendere Olga, le porge il braccio e si avvia al portone, dove suona tre volte. Dopo pochi secondi, Michail apre la porta. Entrano. Olga è a capo chino. Emozionatissima. Doremì chiede spiegazioni a Ernesto che gli dice di spostarsi davanti se vuole che gli racconti tutto, perché altrimenti a parlare di traverso gli viene il torcicollo. Doremì si sposta, si accendono le sigarette e finalmente l’autista si decide a parlare, a raccontare del fatto che la disperazione in Olga nasce dall’essere priva di notizie di Kàtja. Più di un’amica per lei. Finché le loro strade non si sono separate. Olga faceva la signora, Kàtja la serva, in casa di una famiglia russa che grazie a qualche potente appoggio è tornata in patria. E siccome anche Kàtja sognava di tornare in Russia, Olga si era convinta che avesse seguito il suo padrone, uno che, guarda un po’, prima di tornarsene al paese suo ha mollato qui la serva incinta…

Che Gianfranco Manfredi sia anche, per non dire prima di tutto (benché in effetti la sua poliedricità artistica si manifesti in molti campi, dato che è pure autore e cantautore) uno sceneggiatore di film e serie a fumetti si capisce dalla prima riga. Perché la sua scrittura fa vedere le immagini. Dà loro corpo e concretezza. Non ci sono tempi morti, lungaggini o battute d’arresto. La caratterizzazione è sintetica, vivida e incisiva. Le storie, più o meno semplici, filano sempre come orologi che non perdono un colpo e hanno un ingranaggio ben costruito e ben lubrificato. Splendore a Shanghai racconta tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso la vicenda di Doremì, che, a proposito di fumetti, non è la Doretta di cui s’innamora Paperone ai tempi del Klondike, bensì un giovane pianista di provincia che improvvisa colonne sonore dal vivo in un piccolo cinema di paese miscelando audacemente il repertorio classico al jazz malvisto dal fascismo. La vita, si sa, è quella cosa che capita quando si è concentrati su altro, e ama il gioco e la sorpresa: così Doremì, come le prime tre note del pentagramma, si ritrova in una metropoli lontanissima e cosmopolita, all’avanguardia: ma l’estremo Oriente sta per essere agitato da numerosi e sanguinosi conflitti.



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