Sprechi

Sprechi
Durante anni di ricerche e studi, passando dalle aziende agricole della contea dello Yorkshire alle porte di servizio dei grandi magazzini e supermercati londinesi, Tristam Stuart ha in qualche modo potuto appurare l’abnorme quantità di cibo prodotto e non venduto, scartato perché volutamente comprato in eccedenza e quindi buttato in discarica per essere trasformato in anidride carbonica. Studiando i modelli inglese ed americano, il solerte attivista e scrittore britannico ha così monitorato ogni passaggio della filiera produttiva e distributiva di generi alimentari, prodotti ittici, coltivati ed allevati in quantità sproporzionata rispetto al reale fabbisogno, arrivando alla conclusione che la causa dell’incredibile spreco non è attribuibile ad una singola categoria ma alla totalità del sistema. Il che significa che se il cliente ama passeggiare tra scaffalature rigurgitanti di confezioni piuttosto che tra ripiani desolatamente vuoti, senza badare al fatto che gran parte dei prodotti che vede non saranno mai venduti, anche la Comunità Europea ha le sue brave colpe, avendo decretato, per frutta e verdura standard minimi estetici e quote massime per il pescato, obbligando ogni stato ad uniformarsi. Così, kiwi troppo leggeri ma perfettamente commestibili non potranno non solo non essere venduti ai supermercati, ma nemmeno a piccoli rivenditori a minor prezzo, con l’unica alternativa della distruzione. I supermercati, inoltre, possono imporre ai propri fornitori capacità produttive esagerate, proprio per soddisfare il bisogno inutile del cliente di vedere, anche a fine giornata, un reparto ancora pieno di prodotti freschi, che matematicamente non saranno acquistati. Le soluzioni, a quanto pare, sono contenute in un cambio di mentalità globale, a cominciare da noi acquirenti che potremmo, con i nostri acquisti mirati, veicolare le strategie di vendita su sistemi ecosostenibili e soprattutto con sprechi tendenti allo zero...
E’ tutta questione di equilibro. E l’equilibrio è forse la migliore cosa che la natura abbia inventato. Che poi l’uomo gli abbia dato questo nome, beh, questa è un’altra questione e non è importante quanto il suo significato. Perché in una condizione cosiddetta equilibrata tutti vedono tutto, tutti si guardano e, anche se non sono sullo stesso piano, dondolano e si muovono senza mai cadere, trovando sempre il modo per restare lì, nel punto giusto, nella maniera migliore, senza impatti drastici per l’ambiente e gli altri. E’ questo forse il senso di Sprechi, degli sprechi che la civiltà Occidentale sa creare grazie ad una cultura dell’estetica più che della pratica. Anche il cibo viene classificato secondo l’aspetto, seguendo standard visivi privi di una logica produttiva. Certo, le cifre contenute in questo libro riguardano i paesi anglosassoni, ma non c’è motivo di credere che qui da noi le cose vadano molto meglio. E in effetti, a disilluderci ci pensa subito l’introduzione all’edizione italiana. La verità è che per accontentare i capricci di un Occidente ricco e ingordo, si stanno usando le energie e le risorse della restante parte di mondo povera e sfruttata. E questo quasi sempre in  modo del tutto legale. Mordicchiando del sushi ci si dovrebbe chiedere quanto altro pesce è stato buttato per arrivare a quel misero pezzo di carne cruda, ovvero a quante risorse in più si è chiesto di attingere per fare in modo che quel piatto fosse pronto a qualsiasi ora del giorno e della notte. La globalizzazione ha portato all’appiattimento dei modelli sociali e all’imposizione di regole generali che non sempre funzionano. Uno dei motivi per cui Norvegia ed Islanda non hanno aderito all’Unione Europea è proprio il rifiuto di adottare un sistema di quote sul pescato che avrebbe deteriorato l’ecosistema dei loro mari. Le colpe, in definitiva, vanno spalmate in modo equo su tutta la catena alimentare, partendo dalle istituzioni, passando alla filiera produttiva, fino ad arrivare a noi che, sebbene ultimi anelli di una lunghissima catena, potremmo influenzare con i nostri comportamenti le azioni e reazioni di tutti gli altri.

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