Spy Story Love Story

Vienna. Mentre esplodono le gomme di un furgone e si crea il panico generale, Alëša, un sicario russo, è seduto nel parco adiacente alla strada dell’incidente. Il killer sorride: ha creato la sua via di fuga sicura nel caso dovesse andare male l’incontro con il suo datore di lavoro, Rakov. Questi è un ex-criminale che ha deciso di cambiare giro di affari, pertanto si è dato alla politica: la sua cavalcata è stata impressionante, a tal punto che oggi si ritrova ad essere l’unico valido opponente democratico in grado di minare il potere del presidente russo. Tuttavia Rakov non ha abbandonato le vecchie abitudini, anzi: spesso e volentieri, durante la sua ascesa, si è servito della sua scuderia di sicari per mettere fuori gioco i suoi diretti avversari. L’incontro con Alëša non segue un copione troppo differente, seppure il sicario inizialmente gli chieda di essere lasciato in pace, in quanto vuole ritirarsi dal giro. Rakov, da politico navigato, gli propone un accordo: portare a termine l’ultimo incarico, dopo il quale sarà lasciato in pace. A morire sarà una donna, l’italiana Marta Bianchini. Alëša è titubante – uccidere una donna, un bambino o un uomo la cui moglie abbia appena portato a termine la gravidanza va contro il codice etico criminale –, ma la prospettiva di poter abbandonare quel tipo di vita alla fine della missione è troppo attraente per potersela lasciare scappare, così accetta, imbarcandosi per Milano…

Spy story love story è il settimo romanzo del moldavo naturalizzato italiano Nicolaj Veržbickij, in arte Nicolai Lilin. A differenza della sua trilogia autobiografica – che comprende il celeberrimo Educazione siberiana, Caduta libera e Il respiro del buio – questa narrazione è di pura finzione. Finzione che tuttavia non impedisce all’autore di sconfinare in un’analisi criminologica della Russia – Paese che è un po’ il filo conduttore di tutti i romanzi di Lilin –, ponendo particolare enfasi sulla “Fratellanza Solncevskaja” o “Solncevskaja bratva” che dir si voglia, della quale analizza l’ascesa al potere, il suo mantenimento ed i suoi più celebri attentati, attraverso i numerosi – troppi – flashback del sicario protagonista, Alëša. Eppure, nonostante il fertile contesto sociale, criminologico e politico alla base del romanzo, è proprio l’idea fondamento di tutta la narrazione ad essere arida, e dunque ad influenzare in maniera negativa lo svolgimento dell’intera storia: la storia dell’“ultimo incarico”, del “sicario spietato ma sentimentale” è piena di cliché ed è stata presentata e ripresentata in tutte le salse da serie tv (Dexter) e da diversi film (Sesso e fuga con l’ostaggio, Outcast, Killers). Insomma, ci si aspetta una storia del genere più da un romanzo d’esordio – e sarebbe pienamente comprensibile – che dal settimo, per giunta firmato da un autore affermato. Inoltre (e qui probabilmente risiede la lacuna più evidente della narrazione) il protagonista è piatto dal punto di vista psicologico e caratteriale, dunque non si spiega in nessun modo la sua trasformazione – di punto in bianco – da sicario a pagamento a persona incapace di uccidere. Spy story love story rappresenta senza dubbio un passo indietro per il talentuoso scrittore, ma solo perché da Lilin ormai ci si aspetta molto di più.

 


 

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