Stalin

Stalin. Storia e critica di una leggenda nera

Marzo 1953. Alla notizia della morte di Josef Stalin, milioni di persone nella sterminata URSS ne piangono la perdita come farebbero per un congiunto. Ma nei regimi totalitari, si sa, spesso queste manifestazioni non sono proprio spontanee. Eppure anche altrove si registra il medesimo cordoglio: per le vie di Budapest e Praga la gente piange; in Israele il quotidiano “Al Hamishmar” titola a tutta pagina “Il sole è tramontato”; in Occidente i comunisti si disperano, ma persino gli anticomunisti si esercitano in necrologi rispettosi. In questo momento Stalin è considerato ancora “un dittatore relativamente benigno e persino uno statista, (…) il grande leader di guerra che ha guidato il suo popolo alla vittoria su Hitler e ha aiutato a salvare l’Europa dalla barbarie nazista”, che ha incassato negli anni precedenti elogi sperticati e stima da personalità illustri e spesso insospettabili del calibro di Winston Churchill, Alcide De Gasperi, Benedetto Croce, Hannah Arendt, Thomas Mann. A imprimere una svolta radicale alla percezione di Stalin nell’immaginario collettivo giunge il 25 febbraio 1956 il discorso pronunciato da Nikita Chruščëv al XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, intitolato eloquentemente Sul culto della personalità e le sue conseguenze. Improvvisamente il politico georgiano, Man of the Year per il “Time” nel 1944, diventa “un dittatore morbosamente sanguinario, vanesio e assai mediocre o addirittura ridicolo sul piano intellettuale”. Questo attacco violento (che arriva addirittura dall’URSS, non dagli USA come si potrebbe immaginare) è solo una manovra politica strumentale che serve a Chruščëv per legittimare il nuovo gruppo dirigente sovietico in una stagione di profondi cambiamenti politici e sociali? Oppure è soltanto una mano tesa alle sinistre occidentali per aiutare ad “archiviare” una figura ormai ingombrante? O si tratta di pura e semplice disinformazione? Quali sono gli interessi nascosti dietro alla campagna di “destalinizzazione” del PCUS?

Prova a rispondere a questi complessi quesiti Domenico Losurdo, professore emerito di Storia della Filosofia all’Università degli studi di Urbino, in un saggio arguto e interessante anche per chi si approccia alla materia solo saltuariamente e senza una preparazione specifica. Non si tratta di una biografia di Stalin, attenzione, ma di una approfondita, ostinata riflessione sui meccanismi che regolano la propaganda politica e sulle dinamiche della percezione dei personaggi pubblici e della storicizzazione del loro operato e della loro figura. Per dirla con le parole di Luciano Canfora, che cura una brillante postfazione, la visione di matrice tolstojana mirante a nullificare la “grandezza” di alcuni personaggi storici – pur essendo un ottimo antidoto a certa irritante storiografia eroicizzante – “non riesce a dar conto di quell’intreccio tra meschinità individuale ed efficacia politica che fa sì che alcune personalità si trovino ad essere l’epicentro di eventi e di trasformazioni epocali, che i posteri continueranno a considerare tali nonostante tutte le possibili storie segrete”. Ecco perché, secondo Losurdo, la storiografia contemporanea fatica a distaccarsi dalla caricaturale immagine di Stalin “uguale a Hitler”, “enorme, cupo, capriccioso, degenerato mostro umano” (la seconda citazione è tratta dal suddetto discorso di Nikita Chruščëv, non da un rapporto CIA, ndr) che è stata creata alla fine degli anni ’50. Ecco perché occorre – evitando naturalmente il revisionismo agiografico – ristabilire la verità dei fatti, cosa che questo saggio, citando moltissimi documenti, soprattutto di provenienza e matrice anticomunista e quindi abbastanza al di sopra di ogni sospetto, tenta di fare con un discreto successo.



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