Stamattina stasera troppo presto

Stamattina stasera troppo presto

Gabriel Grimes, diacono della Mount of Olives Pentecostal Assembly di Harlem, partecipa con la famiglia all’annuale scampagnata che la sua chiesa organizza. Il diacono ha quattro figli, ma il maggiore, Johnnie, è figlio di un precedente rapporto della moglie (“Solo John era un estraneo senza nome, inalterabile testimonianza del passato peccaminoso di sua madre”). Johnnie non è ancora salvato, non ha cioè ancora incontrato la grazia di Dio e anche questo contribuisce al disprezzo che Gabriel gli dimostra in ogni occasione. Durante le orazioni a bordo del battello su cui l’intera compagnia risale il fiume Hudson, tra canti estatici e parossistici “Gloria a Dio”, “Alleluia”, “Amen”, il ragazzo inizia a sentirsi pervaso da una forza sconosciuta e potente che non dipende dal tocco del divino ma da quello dell’amico David…”Ci sono posti e occasioni in cui un negro può usare il suo colore come uno scudo…può usarlo come un coltello, ritorcerlo contro gli altri e, a questo modo, vendicarsi”. Per Peter, attore disoccupato, questo pensiero ormai non è più soddisfacente: nel retro dei complimenti degli addetti ai lavori, ormai legge con amarezza “Che peccato, non riuscirà più a farsi strada”, perché se cerchi di lavorare onestamente e te ne freghi della vendetta, essere neri è un ostacolo...Non è facile essere vice-sceriffo in una cittadina del profondo Sud, dove i negri non hanno quartieri “riservati” ma te li ritrovi ovunque; non è facile soprattutto se sta per scoppiare una protesta. “Quei luridi negri. Che cosa gli era venuto in testa a Dio onnipotente di fare i negri? Bè, però “quello” lo sapevano fare, niente da dire. Dannazione. Dannazione. Dio li maledica”. Mentre pensava tra sé e sé, alienato dal canto incessante dei negri pronti all’attacco, si ricordò di quel pic-nic speciale a cui i suoi genitori l’avevano portato. Era una specie di raduno, con tutti gli amici di suo padre. C’era questo grande fuoco, che Jesse non riusciva a spiegarsi. Poi, quando suo padre lo prese e se lo mise sulle spalle, lo vide. Un negro sanguinante e tumefatto, incatenato al ramo di un albero. Un tipo bianco lo issava e lo tirava giù, tra le fiamme. Alla fine, qualcuno gli prese i testicoli tra le mani e glieli tagliò. Gli altri allora si avventarono sul corpo per farlo a pezzi, con coltelli, pietre, mani. Alla fine lo cosparsero di cherosene…

Gli otto quadri che Baldwin espone in questa galleria, il cui titolo originale è Going to meet the Man (titolo profondo, molto più di quello italiano, e che prende il titolo dall’ultimo crudele racconto e, proprio per questo, molto più azzeccato), rappresentano un microcosmo in cui vengono toccati tutti i temi fondanti il suo pensiero, già ampiamente espressi in Mio padre doveva essere bellissimo. Con una importante novità, rispetto alle opere precedenti: l’introduzione della violenza dei bianchi in tutto il suo diabolico cerimoniale. Per questo avrei preferito una fedele traduzione del titolo: Andare a incontrare l’uomo. L’uomo bianco? Sì, ma anche l’uomo nero. Ed è curioso, e destabilizzante, come il babau dei bambini (il “boogeyman” anglosassone), l’uomo nero che castiga i disubbidienti, qui appaia come un martire, anziché l’uomo cattivo (nero e cattivo sono aggettivi qualificanti l’uomo di colore, nell’ottica discriminatoria dei bianchi). Per una strana ironia della sorte qui l’uomo cattivo non è nero, e probabilmente nemmeno cattivo, visto che il timore di Dio sembra essere la panacea che lo assolve! Ad osservare il corpo dato alle fiamme, si sono portati le famiglie. Il “travelling show”, lo spettacolo appena giunto in città, fungerà da esempio per i bambini. Ma non solo. Per le donne bianche ci sarà la spettacolare esposizione del membro enorme, per gli uomini l’umiliazione del nemico mortale, la vendetta agognata: il taglio dei testicoli. Perché è necessario trovare una ragione che giustifichi l’odio dei bianchi. Dopo la fine dello schiavismo come ti libero dal negro? Ora che non serve più, come si può sopportare la sua presenza? Lo si fa diventare uno stupratore di donne bianche (mentre all’uomo bianco, parallelamente, è concesso cercare la negra da scopare), lo si umilia e lo si istiga fino a farlo scoppiare, a farlo diventare violento (come Big di Native son, capolavoro di Richard Wright ) e quindi lo si deve punire, eliminare dalla società. Il metodo però deve essere bestiale al superlativo assoluto, perché sia da monito. E allora diventa l’agnello sacrificale, l’assurda risoluzione di un problema che nessuno dei negrieri e dei loro clienti si aspettava. La crudezza delle immagini che Baldwin riesce ad evocare in questo piccolo concentrato di Storia, la capacità (è grande narratore) di accostarle ad immagini stonate e assolutamente contrastanti (l’uomo brucia e gli astanti si ingozzano di cibo), fanno di questo racconto una sintesi perfetta dell’ odio razziale. Gli altri sette racconti non raggiungono questo livello, a volte risultano ripetitivi e quindi noiosi e, in questo caso, non mi sento di giustificare ciò tirando in ballo il ritmo del jazz o del blues, come altrove mi è stato possibile.



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