Stanare l'animale

Stanare l'animale
Rose ha quindici anni e frequenta un istituto speciale perché il suo corpo ne dimostra sette e sembra più piccola, benché sia grassoccia. È anche un po’ pazza, “come un pesce d’argento vivo sul fondo di una nassa”, ma perfettamente consapevole del suo disturbo. Detesta l’Istituto, dove si annoia e c’è chi sta messo molto peggio di lei, mentre ama passare le giornate in terrazza a curare i conigli che alleva in gabbia, e a sognare a occhi aperti. Ragiona su di sé e sul piccolo mondo che la circonda, in primis la madre che venera e adora. Le piace anche guardarla girare per casa e interrogarla sull’identità di suo padre. Infatti Rose, che si chiama come la mamma, è convinta di non essere nata dall’uomo che da sempre vive con loro, il grasso gestore di un locale per spogliarelliste chiamato Monsieur Loyal, e per questo ritenuto da Rose il gestore di un circo. Un bel giorno, siccome Madame Rose non le rivela nulla ma racconta piuttosto aneddoti ed episodi sul suo, di padre, crudele e violento quanto i fratelli che la controllavano di continuo; siccome Madame Rose giace affondando in poltrona con la parrucca biondo platino piantata in testa e non la degna di uno sguardo anche se non guarda nemmeno la tv, la piccola Rose indossa una mantella di seta nera foderata di satin fucsia che ha preso nel pomeriggio bigiando l’Istituto, si arrampica sul davanzale, e si getta nel vuoto...
È con questo PTS (Precoce Tentato Suicidio) che si apre il secondo romanzo di Véronique Ovaldé tradotto in Italia, sempre dall’editore Minimum Fax. Ovaldé si sceglie una protagonista “difficile”, una ragazzina forse come tante altre che sembrano fuori dal comune ma sono in fondo ragazzine logiche e semplici, e sanno come mettere da parte la triste realtà che le circonda, per vivere quel sogno romanzesco e favoloso con cui le si vorrebbe far crescere. L’animale da stanare non è altri che lei, lei e la sua personalità. Rose cerca le proprie verità, inventa storie che 'filino' con gli elementi esterni che è riuscita a carpire nell’amore per sua madre stramba e magnifica; è lucida abbastanza per accorgersi se qualcosa, inevitabilmente - come quando la sua mano va a toccare la “piccola pazza” che sonnecchia dentro di lei - non è come lo aveva pensato. Gli ambienti e il circo umano che circondano la piccola Rose sono descritti con grande talento e fantasia, e la Ovaldé è così brava da rendere con efficacia e poesia il mondo, privato e universale, di un personaggio senza capo né coda tra il presente che vede e racconta in prima persona, il passato che tenta di ricostruire, il futuro per lei che sogna invece chi legge.

 

 

 

 
 
 
 
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