Stanotte l’ho vista

Stanotte l’ho vista
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Cinque personaggi differenti raccontano la storia di Veronika, figlia dell’alta borghesia slovena, una borghesia già allora più mitteleuropea che balcanica; è la storia di una giovane donna seducente e fascinosa, disperatamente amata da un ufficiale serbo, rimpianta e invano attesa dalla vecchia madre, desiderata e iconizzata da un medico tedesco, benvoluta e rispettata dalla governante, infine idolatrata e slealmente venduta dal suo ex stalliere, partigiano. Sono gli anni disgraziati della Seconda Guerra Mondiale: il Regno di Jugoslavia è caduto, il Re se ne sta al riparo in Inghilterra, l’esercito è senz’armi o s’è dato alla macchia, o molto più raramente s’è fatto partigiano; Veronika si staglia, con eleganza di cigno e femminina leggerezza, in uno scenario di grettezze, di brutali compromessi e di bassezze. È una donna moderna, libera e indipendente, capace di abbandonare il marito per un’avventura romantica e radicale e poi di tornare indietro, quasi come niente fosse; è una donna coltissima, che sa essere se stessa in ogni ambiente, senza mai far pesare la sua agiatezza; è una musa ammaliante, che ben conosce la disciplina della distanza e l’arte della concessione. È una donna che fa scaturire fantasie senza saperlo, senza averne voglia. È, infine, una vittima di un crimine di guerra – un crimine di guerra vigliacco e scandaloso, purtroppo ispirato a un fatto realmente avvenuto: uno dei molti crimini delle bande titine. Questo libro è la ricostruzione graziosa e mosaicale della sua storia…

Stanotte l’ho vista, apparso in patria nel 2010, è un altro suggestivo romanzo storico dello scrittore sloveno Drago Jančar, classe 1948; il pubblico italiano ha già apprezzato, nel corso del tempo, il notevole Aurora boreale (Bompiani, 2008) e l’apprezzabile raccolta di racconti L’allievo di Joyce (Ibiskos, 2006); nel frattempo c'è chi, come Goffredo Fofi, ha riconosciuto nell’artista di Maribor un passo “da grande romanziere di un tempo, diciamo tra Zweig e Marai” e c’è chi, come l’augusto Claudio Magris, ha salutato nella sua letteratura un rinnovo, con “assoluta originalità”, della grande tradizione del romanzo mitteleuropeo. È piuttosto paradossale che il pubblico italiano possa sfogliare, da una quindicina d’anni, anche gli starnuti di un vecchio reazionario come Boris Pahor e che invece debba faticare per poter leggere le pagine di uno scrittore suo connazionale di tanta classe e tanta eleganza: forse c’è davvero qualcosa che non va nella nostra editoria se un libro come questo è stato premiato, in Francia, come miglior romanzo straniero, mentre al di qua delle Alpi è stato tradotto da un piccolo editore triestino, la pur meritevole Comunicarte, col sostegno dell’Agenzia Pubblica per il libro della Repubblica di Slovenia. Stanotte l’ho vista è un libro complesso leggibile, al contempo, come romanzo storico, come romanzo sentimentale e come romanzo simbolico; come romanzo storico, fotografa con una certa esattezza la clamorosa distanza che correva tra buona parte della borghesia jugoslava e “quello spione russo con quel nome bizzarro, Tito, quell’ex caporale austriaco, quel contadino croato che s’è trasferito nel palazzo reale di Dedinje, a Belgrado”, e insieme ammette tutta la diffidenza che i figli del popolo nutrivano nei confronti dei suoi partigiani, violenti e spesso molto gretti; come romanzo sentimentale, è una seducente storia d’amore – meglio: è una storia di tanti amori differenti – e un tributo alla bellezza e all’eleganza sublime di una donna; come romanzo simbolico, è forse la rappresentazione più ispirata di come la Slovenia ha vissuto i passaggi e le trasformazioni dell’ex Regno di Jugoslavia, prima infatuata del suo sogno di libertà e del suo serbo orgoglio di appartenenza, poi mortificata dal drammatico passaggio dell’invasione tedesca e italiana, infine tradita dai suoi (teorici) fratelli slavi del Sud, sulla carta socialisti, in realtà per lo più biechi e avidi servi dell’ex spione russo col nome bizzarro, quell’ex caporale austriaco, Tito, lui. Concludo segnalando che il passo più ispirato del libro, invece, è questo qui: per me meritava una quarta di copertina perentoria. Spiega perché a volte si fatica a prender sonno. O perché, altrimenti, ci si sveglia con tanta angoscia: “Non sono le cose che si fanno ad accompagnarci ma quelle che non si fanno. Che si sarebbero potute fare, o almeno si sarebbe cercato di fare, ma non si sono fatte”. Già.



 

 

 

 
 
 
 

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