Stoner

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1910, Missouri. Sulla strada che da Booneville porta a Columbia qualcuno con un carretto ha dato un passaggio a William Stoner, lo ha accompagnato fino alle porte della cittadina e, indicandogli un gruppo di edifici, gli ha detto: «Quella è la tua università. È lì che andrai a scuola». Vedendo quella struttura imponente di mattoni rossi, William – diciannove anni, figlio di contadini, macchie di terra sui pantaloni fino all’altezza delle ginocchia, viso incrostato di sudore e polvere, capelli spettinati – ha sentito nascere in sé un senso di sicurezza e una serenità mai provati prima. Ancora non lo sa, ma tutto il resto della sua vita si svolgerà proprio tra le mura dell’Università di Columbia, mentre le aule si riempiranno e si svuoteranno e passeranno due guerre mondiali. Oggi William è una matricola, tra qualche tempo sarà un insegnante, un marito e persino un padre: la sua schiena si curverà un poco, i suoi capelli si ingrigiranno progressivamente e rughe profonde gli solcheranno il volto...

Pubblicato per la prima volta nel 1965 e ristampato recentemente (2003) dalla New York Review Book, Stoner è diventato negli Stati Uniti una sorta di fenomeno letterario che grazie al passaparola fra i lettori ha venduto – solo con la seconda uscita – più di 50.000 copie. Tradotto in italiano per i tipi di Fazi, il romanzo di Williams sembra avere anche da noi un destino fortunato: ovunque (persino su un sito come aNobii, nel quale capita spesso di imbattersi in dure critiche) non si leggono che recensioni entusiastiche. Eppure Stoner è un libro piuttosto anomalo, perché tra le sue righe non accadono fatti eccezionali o colpi di scena; in uno spazio lungo circa 300 pagine, come un fiumiciattolo in pianura, scorre la vita del protagonista: niente imprevisti, niente rapide. William Stoner è un uomo sedentario, remissivo, incapace di reagire alle continue cattiverie della moglie Edith e del collega Hollis Lomax; un personaggio che trova l’amore ma lo lascia scivolare via e che fa amicizia soltanto con due persone in tutta la vita, senza però riuscire a conoscerle fino in fondo. L’autore definisce lui e i suoi genitori “una famiglia solitaria” e questo isolamento dagli altri è il marchio che Stoner si porterà addosso per tutto il resto dell’esistenza: lo circondano figure opache, sfuggenti che John Williams descrive solo a tratti e come intrappolate in drammi mai spiegati del tutto (vedi il caso dello studente Walker). Il ritratto del protagonista corrisponde poco a quello di un eroe da romanzo ed è fuori dagli schemi fin dall’incipit: è sufficiente leggere anche solo le prime venti righe per capire che il passaggio di Stoner a Columbia non lascerà alcuna traccia, che è un personaggio senza alcun rilevo e che c’è ben poco da aspettarsi da lui. Verrebbe voglia di chiudere il libro e metterlo via, ma è evidente che scrivere un romanzo come questo – e ripubblicarlo oggi, in tempi in cui l’editoria sembra andare in tutt’altra direzione – è una sfida, quasi temeraria. Peter Cameron nella postfazione dice: «la maggior parte degli scrittori, buttato giù il primo paragrafo del romanzo, avrebbero rinunciato. A che scopo continuare?». E invece Williams ha continuato e, con una scrittura pulita, scegliendo le parole con cura – esatte, come pesate su una bilancia –, ha raccontato un uomo comune che cerca di trovare il senso di quel che gli accade con lo stesso affanno inutile con cui si può tentare di trattenere l’acqua tra i palmi concavi delle mani. In questo libro non c’è nessun Dio, manca un significato che giustifichi la vita, ma un po’ di valore Stoner lo trova nella letteratura («Shakespeare le parla attraverso tre secoli di storia, Mr Stoner. Riesce a sentirlo?» gli domanda il professor Archer Sloane): la stessa forza invisibile che colpisce anche chi legge questo romanzo, potente al punto da far diventare straordinario persino un uomo inetto e “sbagliato” come William Stoner.



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