Storia del piede e altre fantasie

Immaginatevi di vivere una vita dalla prospettiva dei piedi, guardando le cose dal loro punto di vista. Provate a strisciare a terra e a osservare la vita dal basso e, quando camminate, concentratevi sulle sensazioni che il vostro piede sta provando: il peso sopportato, il terreno calpestato, gli odori naturali e artificiali del suolo, le forme, le luci e le ombre. Da lì, poi, passate a leggere il primo racconto, che è la storia di una ragazza di nome Ujine, dei suoi piedi un po' piatti non adatti alla danza e del suo amore incondizionato per Samuel. Tutto ciò la porta a decidere di obbedire all'amore sopportando e tacendo, scegliendo di non parlare e tenere segreto persino il figlio in grembo. Ujine soffre fino a cercare di sparire, cancellandosi dal mondo con un salto nel vuoto. Ma i suoi piedi sono saggi, sanno che quella non è la soluzione e si aggrappano al terreno come radici che non la lasceranno andare. Finito il racconto, rimettetevi in piedi e proseguite la lettura; Fatou, piccola bambina africana, che dai turisti ti fai chiamare Vanessa tanto che quasi hai scordato il tuo nome, piccola Faou dove credi di andare? Alla ricerca del tuo amico Watson, partito per la Spagna in cerca di fortuna e non ancora tornato? Si dice che la sua barca sia affondata, ma tu non vuoi crederci e hai seguito le sue tracce fredde sulla grande piroga fino a Tarfaya e poi dentro al camion che ti ha portato a Tangeri e da lì a Melilla e sul traghetto in partenza per la costa spagnola. Una ricerca quasi impossibile, giovane Fatou, perché i sogni sono onde che si infrangono sugli scogli; cambia ancora prospettiva, riduci il tuo volume, rimpicciolisciti e, nella metamorfosi, trasformati in ragno e poi guardati attorno, così come nel primo racconto eri diventato piede. Ora, che stai immobile ad ascoltare e ricevere le onde del mondo, capisci ogni brusio, percepisci le altre forme di vita attorno a te, senti su di te la bianca volta del cielo e il caldo del disco solare lassù. Sei immerso nella natura, ne costituisci una minuscola parte, consapevole. Sei prezioso e conosci ogni cosa, anche se non parli, anche se non ti muovi come le grandi creature in alto. Tutto attraversa il tuo corpo e le tue tele e tu lo senti, così come senti il rumore della terra che gira...
Jean-Marie Gustave Le Clézio nel 2008 ha vinto il premio Nobel per la Letteratura e questo è il suo primo libro scritto dopo aver ricevuto tale onorificenza. Si tratta di una raccolta di dieci racconti permeati da una strana magia e da una altrettanto strana fantasia, che si cela nello stile suadente e poetico, struggente anche nella tragicità che non arriva mai ad essere una sentenza definitiva, persino nei momenti più cupi e bui di una rivoluzione violenta. Come se il messaggio fosse che c'è sempre un segno, o un suono, o un dettaglio di speranza, una luce alla fine della notte anche se, come i ragni, ci raggomitoliamo nelle nostre piccole tane in attesa che torni la luce e che la tragedia abbia termine. Il cambio di prospettiva, forse, è la strada giusta per comprendere e accettare ciò che ci circonda. Mettersi ad una diversa altezza, guardare, appunto, da prospettive diverse le stesse cose che normalmente guarderemmo con sguardi indifferenti. Allora, come i racconti di Le Clézio, vedremmo il mondo trasfigurato, migliorato e, paradossalmente, più complicato e proprio per questo meno ostile. Le piccole donne come Ujine e Fatou, oppure il ragno nascosto tra le foglie, o l'albero cavo nel quale la vecchia Yama si è trasformata dopo la morte, sono piccoli incantesimi narrativi che non si possono sciogliere facilmente. Il ritmo della lettura rallenta, la scrittura pretende di essere ascoltata con calma e silenzio, senza la voglia di arrivare alla fine. Un buon libro, da leggere in santa pace.

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