Storia del teatro

Storia del teatro
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Il teatro è una forma d’arte tra le altre. Non ci piove. Eppure c’è qualcosa che lo rende “primo tra gli uguali”, in una sorta non di competizione ma di classificazione; sarà il fatto che il teatro riunisce in sé, magari non in ogni singola circostanza, ma potenzialmente sempre, tutte le altre: in una rappresentazione scenica c’è posto, oltre che per la recitazione del testo, per la musica, per la danza, per il canto, per i giochi di luce… o sarà forse quella sua capacità unica - nessun’altra forma d’arte la possiede - di creare istantaneamente coesione fra gli spettatori intorno a un’idea, a un valore, a un’emozione: al punto che il potere lo teme e lo contrasta, quando non può addomesticarlo. Fare la storia del teatro, è raccontare come l’uomo abbia cercato di produrre e di comprendere tutto questo: studio intrinsecamente interdisciplinare al termine del quale - contrariamente a quanto si sarebbe potuto immaginare all’inizio - può darsi che non si riesca a individuare nessun “principio unificante”; o, peggio, che il teatro si mostri non come una inalienabile costante umana, ma piuttosto come “anomalia”, di cui popoli e culture hanno fatto volentieri a meno (a volte deliberatamente e in piena consapevolezza)...

Il gigantesco e splendido lavoro di Oscar G. Brockett (qui offerto al lettore italiano in un volume unico di oltre ottocento pagine, rilegato a filo, con un nutrito apparato iconografico e fotografico) ripercorre la storia del teatro dalle origini (Egitto, Grecia, Roma) ai giorni nostri (l’ultimo capitolo arriva a coprire l’inizio del terzo millennio) e lo fa nell’unico modo possibile: andando oltre la storia stessa, nel tentativo di cogliere l’estetica che ne trapela. Perché il teatro è in primo luogo una forma d’arte: e rinunciare alla sua essenza, a causa del fatto (o con l’alibi) che il suo oggetto è sempre materialmente assente (di fatto, il teatro svanisce al termine della rappresentazione; e volerne dar conto a posteriori è un po’ come cercare di fare la critica di un brano musicale che non si è mai ascoltato), significa rinunciare a comprenderlo veramente. Lo studio proposto, pensato per gli studenti delle università americane (ma qui adattato alle esigenze di quelli italiani, grazie all’ottima cura di Claudio Vicentini, che ha tra l’altro rivisitato e aggiornato la bibliografia), spicca per il suo taglio pratico e per il suo linguaggio chiaro e immediato (merito anche della traduttrice italiana). Una riflessione a trecentosessanta gradi sul teatro e sulla sua specifica “anomalia estetica”. Consigliato.



 

 

 

 
 
 
 

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