Storia della bellezza

Storia della bellezza
Il Bello è una categoria estetica cui facciamo riferimento per indicare ciò che ci piace (Saffo docet). Spesso esso coincide col Buono (la kalokagathìa dei Greci classici), talora se ne allontana per il fatto che il Buono comporta il nostro desiderio di possederlo, il Bello no, esso prevede un distacco e al contempo una compartecipazione. Così definiamo “bella” la cappella Sistina anche se non la possediamo o “bello” anche un gioiello che non possiamo acquistare. Il Buono comporta l’adesione ad un principio ideale che ci spinge al possesso, mentre la contemplazione del Bello può essere - e spesso lo è - disinteressata. Il Bello che scatena desiderio di possesso non rientra nel presente studio, perché esso dipende dalla vanagloria di chi nutre tale sentimento; mentre è oggetto d’indagine quello che induce alla contemplazione. Il  Bello inoltre non è connesso con la sola arte, ma originalmente era una qualità della natura (una bella luce  di luna, un bel frutto, un bel colore). Difatti “ars” in latino non è solo quella dell’artista, ma anche quella di un costruttore di barche o di un barbiere, solo molto più tardi si è coniato il termine di “ belle arti”. Il Buono è morale, il Bello è a-morale; può essere bella anche una rappresentazione del brutto o della natura tempestosa; la rivoluzione avviene nel ‘700 con la rifondazione della categoria estetica del “Sublime”, ripresa dello Pseudo-Longino greco per cui è “sublime” ciò che scatena un’esaltazione della ragione e una depressione dei sensi (un sentimento “misto”, appunto)…
Il testo di Umberto Eco non è un trattato di Storia dell’Arte, ma un saggio sull’Estetica, che fa riferimento all’arte solo quando questa si coniuga col Bello, consapevole che esso è eternamente soggettivo e che per un mistico del XII secolo, ad esempio, bella era la rappresentazione cristiana dei mostri, che in verità proprio belli non sono nel senso comune. Per un artigiano è bello, ad esempio, il suo vaso e per un barbiere il suo rasoio,ma questi non assurgono alla dignità di Bellezza fintanto che l’arte non li rappresenta, quindi è spesso l’arte, ad uso dei pochi, che determina la Bellezza che però viene percepita anche da chi artista non è. Un testo dallo spirito democratico, dunque, che restituisce la Bellezza alle sue connotazioni originarie e alla sua indiscussa soggettività.

 

 

 

 
 
 
 
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