Storia della nostra scomparsa

Storia della nostra scomparsa
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Come inizio è disastroso, a dire poco. Nasce nel primo mese del calendario lunare, di notte: il momento peggiore. Il petrolio della lampada finisce e il padre quando si accorge che è femmina sputa e si lascia cadere su una sedia accanto al tavolo della cucina, pensando già al prossimo figlio, mentre la moglie allatta. Deve andare dai vicini, che già hanno regalato alla famiglia un mucchio di lenzuola tarlate, irrimediabilmente sporcate dal parto, conclusosi dopo ore di travaglio, a chiedere delle candele. Almeno, questa è una versione della storia. La seconda è che la madre l’abbia trovata in un sacchetto dell’immondizia. La terza e ultima, raccontata dalla zia – che una volta le chiede se voglia andare a vivere con lei, che ne avrebbe cura, dall’altra parte di Singapore, dieci miglia più a sud, a Chinatown, tra stradine strette e bisteccherie appestate dal fumo – è che il padre abbia cercato di affogarla in uno stagno pieno di alghe e spinaci d’acqua, le piante dette dal cuore vuoto, ma quando finalmente lei smette di piangere e gli pianta gli occhi fissi in faccia lui si decide a riportarsela a casa. Fatto sta che per settimane non ha nemmeno un nome: poi optano per Wang Di. Un nome con cui i suoi la chiamano solo quando bussa alla porta qualcuno d’importante o di molto ricco. Come la mezzana, per esempio…

Singapore è una città-Stato nel sudest asiatico, il quarto centro finanziario del pianeta, un Paese con una storia lunga e antica, fatta di numerose migrazioni e dominazioni: quella giavanese, quella malese, quella di Malacca, la colonizzazione portoghese, quella olandese, quella britannica. Nel febbraio del 1942, quando la Seconda guerra mondiale infuria ormai in maniera devastante anche sul fronte del Pacifico, soprattutto dal momento in cui gli americani, attaccati a tradimento dai giapponesi a Pearl Harbor, sono entrati nel conflitto, l’esercito imperiale nipponico invade da terra Singapore, la cui difesa era tutta orientata verso il mare. La battaglia dura sei giorni, la resa è per Churchill la peggior tragedia della storia militare degli inglesi, che fino al 1945 non riusciranno, nonostante mesi di bombardamento, a riprenderne il controllo. Nel 1942 Wang Di ha sedici anni, viene strappata alla famiglia e ridotta dai soldati giapponesi in loro schiava sessuale. Le viene tolto tutto, in primo luogo il nome, e dunque l’identità. Non è la sola, la sua storia è come quella di tante, troppe donne, e a sessant’anni di distanza, quando ormai Wang Di è anziana e sola, incontra Kevin, un ragazzino, anche lui solo, che vuole sapere la verità sulla sua famiglia: è questa la trama dell’esordio – potente, vibrante, epico, doloroso, straziante, maestoso, solenne, commovente, emozionante e terribile – come romanziera di Jing-Jing Lee, nata e cresciuta a Singapore, master in scrittura creativa a Oxford, autrice di racconti e poesie, attualmente residente ad Amsterdam, che, con accenti, anche se si tratta di storie comunque diverse, à la Jamie Ford, nel caso specifico soprattutto Il gusto proibito dello zenzero, racconta una vicenda dal respiro ampio e dal tono classico, particolare e al tempo stesso universale.



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