Storia di Ásta

Storia di Ásta

Helga e Sigvaldi sono una giovane coppia di innamorati, abitano in un appartamento di Vesturbær, un quartiere ad ovest di Reykjavík. Hanno una decina di anni circa di differenza, lei è una bellissima diciannovenne e lui è un improvvisato ma bravo imbianchino sulla trentina. Sono una coppia come tante altre. Lei ha un carattere volubile, passionale e ricco di sfaccettature. Lui la ama per questa sua voglia di vivere, la ama per la sua bellezza imbarazzante che la fa assomigliare ad Elizabeth Taylor. Fanno l’amore appena possono, a lei piace stuzzicarlo e lui non sa resisterle. E quando scoprono di aspettare una figlia ‒ perché sono certi che si tratti di una bambina ‒ lui non ha il minimo dubbio: la chiameranno Ásta, il nome della protagonista del romanzo che stanno leggendo insieme, un libro di Halldór Laxness degli anni trenta che li ha completamente rapiti, fino a farli piangere. E poi, pensa Helga, Ásta è una parola bella, perché se togli l’ultima lettera rimane ást che significa amore. E quale migliore nome può essere dato ad una bambina frutto del loro amore così profondo? Inizia così la storia di Ásta, ci dice l’autore del libro stesso, però un momento: non tutto è così lineare, e ci sono altre cose da spiegare e da raccontare e forse è meglio partire da un altro punto della storia, perché non esattamente l’inizio della vita di un individuo coincide con la sua nascita, o forse l’autore sta solo perdendo il filo del discorso...

Storia di Ásta è un romanzo meraviglioso, un altro piccolo gioiello che l’ineccepibile Jón Kalman Stefánsson e la casa editrice Iperborea ci regalano. Potrei aprire una pagina a caso del libro e sono sicura che troverei una frase significativa da inserire come citazione in questa recensione. Tutto sembra scritto con naturalezza e perfettamente. Perché il linguaggio ‒ merito anche della impeccabile traduzione di Silvia Cosimini ‒ è poetico, evocativo, e ci porta in un istante in questa atmosfera rarefatta del nord, in luoghi nei quali anche la felicità pare dissolversi e rimanere sempre in sospeso, in attesa, non detta, mancata per un attimo. Se siete pendolari che dedicano il viaggio in treno o in tram alla lettura rischierete di non accorgervi di essere arrivati a destinazione; se leggete a letto preparatevi a nottate insonni, continuando a ripetervi di leggere l’ultima pagina e poi spegnere la luce, che domani bisogna svegliarsi presto. La storia è articolata, i piani narrativi e temporali si sovrappongono senza un apparente ordine, ma non temete: tutto risulta chiaro o risulterà mano a mano che proseguirete nella lettura, l’autore sa esattamente come muovere i suoi indimenticabili personaggi. Una maestria nell’esecuzione sottolineata anche da Goffredo Fofi in una sua recensione su “Internazionale”, nella quale afferma che Stefánsson è uno scrittore da Nobel, e che prima o poi tale premio gli verrà riconosciuto.



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