Storia di chi fugge e di chi resta

Storia di chi fugge e di chi resta
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Elena Greco e Raffaella Cerullo, ovvero Lena/Lenù e Lina/Lila sono diventate due donne adulte. Elena, fresca di laurea alla Normale di Pisa e autrice di un primo romanzo di successo, è prossima al matrimonio con Pietro Ariota, giovane studioso e rampollo di una famiglia della buona borghesia intellettuale genovese, e all’allontanamento definitivo da Napoli. Lila, che ha lasciato il marito Stefano Carracci, lavora nella fabbrica di salumi di Bruno Soccavo e vive in un tugurio di San Giovanni a Teduccio assieme al figlio Gennaro e al compagno Enzo. Elena e Lila si vedono poco, c’è la distanza tra loro, e le vite dell’una e dell’altra hanno preso direzioni diverse. Elena viaggia molto, promuove il suo libro, si trasferisce a Firenze dove diventa madre di due bambine, cerca di partecipare alla vita culturale italiana, tenendosi al corrente di quanto succede, che si tratti di lotte operaie o rivendicazioni studentesche. Lila, invece, è impantanata tra la periferia e il rione, prigioniera di schemi sociali che sembrano non lasciare scampo, ma anche lei si ritrova risucchiata dagli eventi che scuotono il mondo contemporaneo, diventando sindacalista suo malgrado. Ben presto, però, le parabole si invertono. L’ascesa di Elena si interrompe, anzi precipita: la maternità l’annichilisce, non è più in grado di scrivere, si sente svuotata come donna e come intellettuale, tenta di ritrovare una scintilla nell’adulterio. Mentre Lila, ancora una volta, si risolleva: torna al rione e a lavorare per Michele Solara, il nemico di sempre, che le dà potere e denaro…

Storia di chi fugge e di chi resta è la naturale prosecuzione di una vicenda iniziata negli anni ‘50 in un rione napoletano tutto miseria e degrado, che ripercorre la storia di un’amicizia, ma anche quella di una città e di un Paese intero. In questo terzo romanzo della “saga” de L’amica geniale, la dimensione pubblica e politica sembra prendere il sopravvento su quella intima e privata: la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, del resto, sono stati la stagione in cui il privato diventava pubblico.  Ma assemblee, picchetti, gambizzazioni sembrano solo un pretesto per continuare a scavare dentro Elena, dentro Lina, per raccontarci la storia di due donne unite da un legame fortissimo eppure complesso (l’affetto, innegabile, porta con sé strascichi di invidia, quasi di odio, in certi momenti), che rappresentano, a loro modo, tante altre donne e, in fondo, le due facce della medaglia del cosiddetto universale femminile. Se Lena è quella che ha studiato, che ha fatto strada, che si è riscattata dall’umile ambiente sociale di provenienza, frequentando i circoli intellettuali e femministi nei quali è rispettata e apprezzata, Lila compie in qualche modo lo stesso percorso, con più difficoltà, muovendosi sempre all’interno di dinamiche antiche, violente, apparentemente impossibili da scardinare. “Tu volevi scrivere romanzi, io il romanzo l’ho fatto con le persone vere, col sangue vero, con la realtà”, dice Lina a Lena, sintetizzando alla perfezione il cammino di entrambe, ciò che ciascuna ha compiuto, ciò che ognuna rappresenta. In Lila, nel suo coraggio, nella sua forza, nella sua caparbietà, molte lettrici vedranno la donna che avrebbero voluto o vorrebbero essere; in Elena, invece, si specchieranno, perché se sapranno andare oltre il fastidio che questo personaggio può creare, per la sua ingenuità, per il suo cocciuto e ambiguo desiderio di rivalsa, per le sue punte di meschinità, si rivedranno in lei. Ed è questa la forza di Elena Ferrante e di Storia di chi fugge e di chi resta, raccontare di donne, svelare le donne alle donne stesse, donne che sognavano di essere Lina Cerullo ma che scoprono di somigliare di più a Elena Greco.



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