Storia di Sima

Storia di Sima

Mentre suo marito Stefano armeggia in cucina con la colazione, Sima entra silenziosamente in camera di suo figlio adolescente Dario, fermandosi ad osservarlo ai piedi del letto. Quello che sta provando non si addice ad una madre amorevole e protettiva, ma lei in fondo non lo è mai stata: non riesce a distogliere lo sguardo da quel giovane corpo seminudo, provando il bruciante desiderio di accarezzarlo. Come se Dario non fosse il sangue del suo sangue, ma solo un corpo su cui riversare tutte le sue voglie. Le mani di Sima si muovono leggere sulla schiena del figlio, attraversata dai raggi di luce mattutina che entrano dalla finestra e quando il ragazzo si gira nel letto mostrando ignaro il suo sesso, Sima deve combattere con tutte le sue forze per non chinarsi su di lui. In preda all’angoscia mista all’imbarazzo – nonché ad una grande dose di pietà per se stessa – scappa dalla stanza rifugiandosi in terrazzo, compiendo quei piccoli gesti quotidiani nella speranza di dimenticare l’accaduto di poco prima: passa in rassegna tutte le piante, le annaffia una per una passeggiando coi piedi scalzi a mollo nell’acqua. Affacciata al balcone osserva la vita che comincia a destarsi nel quartiere Parioli a Roma. Sima ha una vita agiata, l’ha sempre avuta; una bella casa, un marito architetto elegante e cordiale molto stimato. Ma a lei non è mai importato dell’opinione dei “pariolini”: sa bene di essere considerata da sempre la “straniera cafona e smorfiosa”; odia quella gente così educata e perbene con cui non ha mai fatto amicizia e con cui non ha mai scambiato nemmeno un saluto. Anche suo marito è uguale: odia anche lui, a volte. E non sopporta quell’elegante polo bianca che Stefano indossa anche quella mattina, da lei stessa lavata e stirata con cura. La vera attrazione per Sima sono le persone invisibili, i disgraziati e i malconci che girano per le vie di Roma senza agi, senza cibo, senza casa: si sente molto più affine a loro, aliena in una città che non ha mai sentito “sua”. Ma niente di ciò che la donna ha, considera come suo. Non è fatta per l’amore, e nemmeno per la famiglia e le responsabilità. Prendere ciò che vuole e ignorare le conseguenze: questa è Sima. Ed è per questo che, stavolta senza esitazione, si dirige nuovamente nella camera di suo figlio…

Il dramma si compie, le voglie proibite vengono soddisfatte, senza vergogna o rimorso alcuno. E la discesa agli inferi comincia. Ma forse è proprio l’inferno la vera casa di Sima: troppa luce in quel quartiere opulento, nell’oscurità della strada si sta decisamente meglio. Ci si sente liberi. È il posto adatto per trovare se stessi e insieme espiare le colpe della propria dissolutezza. Eppure, guardandola negli occhi, si capisce che Sima è sempre stata altrove: il suo strabismo di Venere – inquietante e affascinante insieme – è sempre stato un presagio dell’ineluttabile destino a cui la donna prima o dopo avrebbe spalancato le porte; quello sguardo deviato che sembra gridare al mondo che si è presenti solo con il corpo ma non con la mente, perennemente alla ricerca di un luogo dove sentirsi accettati, finalmente a casa. Casa non è Roma, in cui Sima è approdata per gli studi universitari (condotti con poco entusiasmo) trovando poi l’amore; casa non è Londra, in cui Sima ‒ di origini iraniane ‒ è nata, cresciuta freddamente da una madre depressa e un padre agente di borsa, profondamente disprezzato per la sua risolutezza a voler vivere all’occidentale pur di non essere additato come lo “straniero”. E casa non è neanche l’Iran, da dove suo padre è scappato – lasciando una fortuna in terre e bestiame ‒ per trapiantarsi e fare proficui affari nella City. Quello di Sima è un vero e proprio esilio dell’anima, quel non conoscersi che genera inquietudine, insoddisfazione, distanza da qualunque tipo di sentimento; la sua figura è complessa, ed è su questa che si catalizza tutta l’attenzione del libro/racconto (definito da alcuni anche come una sorta di trattato sociale): non è dato sapere che fine faranno Stefano e Dario dopo l’accaduto, è lasciata loro la parola, la facoltà di raccontare, ma solo per svelarci tutte le sfaccettature di questa donna impenetrabile e misteriosa, che pur non amandoli veramente ha lasciato una traccia indelebile nelle loro vite. È la storia di un esule raccontata da un esule: Bijan Zarmandili, nato a Teheran nel 1941, è approdato nel nostro Paese, a Roma, nel 1960, vittima di persecuzioni politiche a causa della sua attività nella sinistra iraniana. Giornalista, scrittore, esperto di società e politica mediorientale, ci narra di personaggi alle prese con forti passioni amorose ed estenuanti battaglie civili per un lecito desiderio di affermazione della propria libertà individuale, un lusso non sempre scontato in paesi come l’Iran, ma di difficile conquista anche fuori, con sempre addosso quella sensazione di sradicamento che rende gli individui sconosciuti a se stessi, inevitabilmente “diversi” e lontani dalla realtà circostante.



 

 

 

 
 
 
 

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