Storia di un corpo

Storia di un corpo
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Lison non fa in tempo a tornare dal funerale di suo padre che si vede recapitare un pacco dal notaio, un’appendice dell’eredità di cui lei ignorava l’esistenza. Il contenuto però non è né un oggetto prezioso né un bene immobile a lei sconosciuto. Si tratta di qualcosa di più inquietante e bizzarro: il corpo del defunto. No, nessuno scherzo: quel corpo che è appena stato sotterrato tra lo sconforto di amici e parenti è riapparso subito nel mondo dei vivi sottoforma di libro. Anzi, di diario. Un diario particolare che l’uomo teneva dall’età di dodici anni, da quando piccolo lupetto negli scout venne legato da dei ragazzini più grandi ad un albero e lasciato da solo nel bosco a combattere con le proprie paure. Fu ritrovato scagazzato ed impaurito dal reverendo Chapelier, che lo trasformò da vittima in colpevole. Fu umiliato ed espulso dagli scout, e l’indomani cominciò ad appuntarsi nel diario tutte le sue esperienze sensoriali. Ma che cosa lo aveva davvero spinto quel giorno ad iniziare questo strano memoriale? L’impotenza fisica a cui era stato costretto? Il bisogno di distinguere le sensazioni fisiche da quelle psichiche? La necessità di proteggere il corpo dagli assalti della sua immaginazione? O soltanto la paura di morire?...

Se non l’avete già fatto con Ecco la storia, La lunga notte del dottor Galvan o Diario di scuola, dimenticatevi completamente di Malaussène e tutta la sua famiglia. In Storia di un corpo (discutibile traduzione del francese Journal d’un Corps, ovvero: diario di un corpo), Pennac colloca i fatti in un posto completamente diverso dalla Belleville che ha dato i natali al suo più celebre personaggio. Partendo da un idea non molto originale (fingere che si tratti di un vero diario) lo scrittore francese  ambienta  il suo romanzo in un luogo molto particolare: un corpo umano. Infatti, anche se il protagonista (o meglio, il padrone del corpo) vive in Francia, non è lì che si svolge la vicenda, ma nei suoi denti, nel suo stomaco, nelle sue braccia, nel suo pene, nelle sue gambe e nel suo ano. Cercando di discernere le sensazioni corporee da quelle della mentali, Pennac isola i messaggi che le prime ci danno cercando di liberarli dal filtro delle secondo, allo scopo di consegnarci sottoforma di parola scritta l’essenza del corpo umano. L’idea è originale, e uno scrittore bravo come lui può permettersela. Il romanzo in alcuni casi è anche divertente (del resto è lo stesso corpo umano, in alcuni casi, ad esserlo). Ma le sensazioni del corpo passano giocoforza anche dalla mente, così come le parole scritte, e Pennac fatica non poco ad arrivare al risultato che si è prefissato. C’è il rischio quindi è che il lettore non colga il significato dei suoi sforzi, rimanendo deluso da una trama che non c’è. Ma è possibile anche che il romanzo tocchi le corde giuste e dia un bello scossone al lettore. Sia al suo corpo che alla sua mente.



 

 

 

 
 
 
 

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