Storia di una capinera

Storia di una capinera

A causa dell’epidemia di colera che nel 1854 investe la città di Catania, Maria lascia il convento nel quale vive reclusa dall’età di sette anni in seguito alla morte della madre. Viene ospitata per alcuni mesi in una casetta di campagna posta sul pendio di Monte Ilice, dove anche il padre si è rifugiato insieme con la seconda moglie e i due nuovi figli. Nella fitta corrispondenza che intrattiene con Marianna, l’amica che tornata a sua volta a casa decide di non fare più ritorno tra le mura claustrali, la giovane educanda si rivela felice di assaporare il gusto a lei fin d’ora ignoto della libertà, della convivenza famigliare, della luminosa vita che si conduce all’aria aperta. Maria prende a frequentare i Valentini, anch’essi trasferitisi a Mone Ilice per sfuggire al morbo. Stringe amicizia con la loro secondogenita Annetta e, a poco a poco, il suo cuore diviene preda di un sentimento d’amore per il figlio maggiore Nino che la esalta e la smarrisce. La matrigna decide allora di segregarla in casa, dove la ragazza piomba in uno stato di profonda depressione e poi, rientrato l’allarme del colera, di tornare a chiuderla contro il suo volere in convento. Lo scambio epistolare con Marianna che continuerà a filtrare di nascosto dalla gabbia, darà conto del peggioramento dello stato di salute della povera “capinera”…

Non c’è nulla di più gratificante per il pubblico amante della buona letteratura che riscoprire l’attualità di un libro scritto nel lontano 1869. Le pagine del romanzo non costituiscono affatto un rifugio superfluo per cultori di un antico genere, ma l’opportunità di un incontro necessario con la ricostruzione di un tempo che appartiene non solo al nostro passato. Il grave fardello di un amore non vissuto e di un sentimento soffocato, la sofferta convivenza con un destino a cui altri hanno forzato la mano viene qui condotta in maniera non solo legata alle tematiche del verismo, ma anche attraverso il riflesso di un intenso lirismo psicologico. Se l’opera contiene una riprova ulteriore della folgorante capacità di Giovanni Verga di riprodurre gli ambienti sociali in cui introietta i suoi personaggi, la penna si sofferma assai più a tracciare le coordinate di una condizione su cui, a poco a poco, si allunga l’ombra ineluttabile di una malattia che, come un veleno, penetra nell’organismo umano fino a spegnerne con le passioni anche le funzioni vitali. L’immensa e interminabile tenebra in cui nessun particolare sorride più, nessuna timida luce splende e tutte le cose incompiute e mancate, tutte le possibilità irrealizzate addensano le scorie della propria frustrazione. Come a dire che contano le storie, sia pure nel grande quadro della Storia.



 

 

 

 
 
 
 

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