Storia di una vedova

Storia di una vedova

Princeton, 15 febbraio 2008. Joyce raggiunge l’auto parcheggiata piuttosto male in una stradina stretta nei pressi del Princeton Medical Center, nel primo pomeriggio, quando frettolosa e confusa va a trovare Raymond, suo marito, ricoverato lì da alcuni giorni per una polmonite. Infilato nel tergicristalli c’è un foglietto di carta; ha una stretta al cuore, ansia e colpa, teme sia una multa. È un messaggio scritto in stampatello maiuscolo:“IMPARA A PARCHEGGIARE, STUPIDA TROIA”, lei vacilla come sull’orlo di un baratro. Qualunque sia la sua situazione, sebbene schiacciata dall’ansia e ghermita dalla paura, non ha alcun diritto o scusante per sconfinare nello spazio altrui. L’anno precedente lei e Raymond hanno avuto un incidente d’auto, il primo da quando si sono sposati: sul davanti la macchina si era completamente sfasciata, un paio di decine di centimetri più a destra e Raymond sarebbe morto. Feriti e ammaccati, si sono sentiti sollevati e grati di essere ancora vivi. Non hanno seguito il consiglio di andare al pronto soccorso e farsi visitare, hanno pensato non fosse necessario, desideravano solo andare a casa. Una volta tra le pareti domestiche era iniziato il tremito convulso, la consapevolezza di essere stati sfiorati da una catastrofe che però non li aveva colpiti. “Andrò a comprare una macchina nuova. Domani” la voce di Raymond era calma, confortante, lui era il protettore saggio…

Sola all’improvviso, per una banalità insorta quando ormai sembrava prossima la dimissione dall’ospedale, travolta dai sensi di colpa, immersa nell’incredulità, nutrendosi di succhi di frutta e ansiolitici Joyce Carol Oates sopravvive alla morte del marito, rifugiandosi in quel nido disfatto che è il letto matrimoniale dove legge, scrive, pensa, ripensa, si macera e si corica vestita, pronta a ogni evenienza: ma quale, ormai? La scrittrice in Storia di una vedova si racconta con sincerità, rivive e mette ordine con la scrittura nel ricordo di un periodo drammatico della sua vita. Pagine che si ripetono ostinatamente come i pensieri più molesti, tante (forse troppe per il lettore!) le e-mail di risposta e biglietti di condoglianze che l’hanno scossa, sostenuta quando tutto era alla deriva. Intrappolata in una condizione dolente in cui anche la scrittura è una forma di conforto irraggiungibile, perché niente può togliere quel dolore, anzi è necessario: “Soffri, Joyce. Ray se lo merita”. Lo straniamento davanti agli effetti personali del marito, le innumerevoli e incomprensibili pratiche burocratiche, il conforto e quella sorta di fastidio degli amici, il fuggire e il crogiolarsi nel pensiero del suicidio per il vuoto dell’assenza dell’amato, ogni minima cosa è raccontata con onestà disarmante, senza retorica, cercando un approccio razionale attraverso le citazioni di Kafka, Nietzsche, Camus, che altro non fanno che sottolineare il disorientamento del sopravvissuto. Bello e vero.



 

 

 

 
 
 
 

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