Storie sulla pelle

Storie sulla pelle

Kolima ha dieci anni e trascorre le sue giornate a Fiume Basso, quartiere di Bender, in Transnistria, con i suoi amici tra la scuola (poca) e le scorribande (tante). Da tempo il suo passatempo preferito è riempire un quadernetto che porta sempre con sé di disegni, affascinato dai tatuaggi misteriosi che vede sui corpi di suo nonno Boris e dei suoi vecchi amici, i ”criminali onesti”. Il ragazzino non sa nulla ancora del codice e dell’etica che i “marchi” racchiudono e rappresentano ma intuisce un mondo che lo attrae con un fascino pericoloso e segreto. Quel giorno, sul fiume, mentre gli amici raccontano, come al solito, le leggende dei criminali, per la prima volta Kolima si azzarda a disegnare con la biro sul braccio di un compagno una di quelle immagini che come per magia si creano da sole nella sua mente prima che sulla carta. Ma non avrebbe dovuto farlo. Nonno Boris glielo insegna a suon di schiaffi. La tradizione dei tatuaggi siberiani è assai complessa: non si tratta solo di codici che indicano i mestieri o i gradi all’interno della comunità ma di sfumature fondamentali date da un particolare o dal punto del corpo in cui i tatuaggi vengono realizzati da un kol’šik, una specie di sacerdote-psicologo, una figura che gode di grande rispetto e che parla a lungo col suo committente prima di tatuarlo. Ma Kolima desidera ad ogni costo imparare e comincia così il suo apprendistato presso nonno Lëša per conoscere, pian piano, quei misteri della tradizione siberiana tramandati in segretezza e serbati con il pudore dei valori più profondi che regolano l’antica comunità. “Dei marchi la gente come noi non parla e basta”. Durante questo periodo Kolima, crescendo tra picche e tokarev, incontrerà molte persone e molte storie: Batterista, il vecchio fuochista delle scuola, ex musicista hippy che diventa suo socio nel primo laboratorio di tatuaggi, Styopka e la storia bella e triste del suo amore impossibile, Pelmen e il suo tatuaggio oltraggioso che gli costerà la vita, fino alla storia amara di Treno, per la quale Kolima porterà per sempre il “marchio del demonio” sulla pelle, a rammentargli il suo errore...

Dopo l’esordio fortunato di Educazione siberiana e altri due romanzi in cui ha continuato a raccontare la sua vita - con qualche licenza narrativa - Nicolai Lilin torna con un libro che è una piccola antologia di sei racconti che diventano però episodi di un’unica narrazione, di nuovo incentrata sulla sua adolescenza e in particolare sulla sua iniziazione alla tradizione dei marchi siberiani che non si tatuano ma si “soffrono” sulla pelle. I siberiani, gli urka deportati (secondo Lilin) da Stalin in uno stato nell’ex Unione Sovietica nei pressi della Moldavia che non esiste ufficialmente, le storie della loro vita se le portano raccontate addosso. Dice l’autore: “Ancora oggi alcune di queste storie vivono nei disegni che porto io stesso sulla pelle, ecco perché questo libro me lo sento addosso più degli altri”. Anche molti dei disegni illustrati (da lui stesso che esercita la professione di tatuatore a Milano, oltre a curare uno spazio espositivo) tra le pagine del romanzo rappresentano alcuni dei suoi tatuaggi. Nonostante si tratti di una scrittura non eccelsa (Lilin ha sempre scritto direttamente in italiano) lo stile appare sempre immediato, poco articolato e tagliente come le storie di adolescenza sofferta che narra e il racconto della tradizione antica ormai perduta dei “criminali onesti” risulta suggestivo e affascinante. Di Lilin si dice che sia un impostore e che abbia inventato un mondo inesistente, o che sia solo un ex assassino e che si sia macchiato di crimini anche durante la crudele guerra cecena. Certo, non è un personaggio facile e ci risulta difficile definirlo, ma forse non è neppure affar nostro farlo. Leggendo i suoi libri possiamo solo dire che le sue storie, vere o presunte tali, in bilico tra bene e male, di codici criminali rigidi e incomprensibili a volte, definiti da uguale ferocia e altruistica generosità, si leggono con il piacere che caratterizza sempre i racconti di terre lontane, lontanissime e non solo geograficamente. Forse, come per la simbologia dei tatuaggi, solo in parte divulgabile, anche la sua storia conosce sfumature che, nonostante i suoi racconti romanzati, Nicolai Lilin vuole tenere per sé. O forse è “soltanto” un affabulatore così abile da affascinare giocando tra vero e verosimile. In ogni caso è un personaggio interessante, capace, sia che scriva sia che parli, di catturare l’attenzione. E non è poco. In uscita la trasposizione cinematografica di Educazione siberiana con la regia di Gabriele Salvatores: anche lì un capitolo importante è dedicato ai marchi siberiani.



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