Storytellers

Storytellers
Una serie di interviste ad alcuni cantautori italiani è il motivo di questo libro che, per gli argomenti trattati, non è certo diretto agli intenditori. L’idea nasce da un format americano chiamato appunto “Storytellers” che dal 1996 vede alternarsi talenti come Ray Davies dei Kinks, Elvis Costello, i Green Day, la Dave Matthews Band, Bruce Springsteen, ma anche James Taylor, Elton John, Jackson Browne, Alanis Morisette, Tori Amos, David Bowie, Tom Waits, Pete Towshend, Robert Plant, i R.E.M., Tom Waits e prefino Johnny Cash, Willie Nelson e Rod Stewart. Il format era concepito così: l’artista si sedeva davanti alla telecamera e raccontava quello che sentiva di voler condividere. L’intervistatore, lontano dai riflettori, serviva solo a dare un nuovo input nel momento in cui aveva l’impressione che la tensione stesse un po’ calando. Conoscere l’idea originaria da cui il nostrano progetto ha preso vita, più che per fare gli inevitabili paragoni, serve a comprenderne l’intenzione: un cantautore racconta qualcosa di importante per la sua esperienza, per il semplice gusto di raccontarsi...
A parte alcuni scritti dei due autori, che lasciano il tempo che trovano e non aggiungono nulla di nuovo a quelle che possono essere le osservazioni di chiunque non faccia di mestiere il critico musicale sul mondo della musica, le interviste di questo libro sono di una banalità raccapricciante. E questo, a mio modesto parere, non va imputato ai personaggi che vengono invitati a parlare, ma solo alle domande che vengono loro rivolte e che, a grandi linee, sono per tutti le stesse. Esempio: “Perché fai musica?”. Ce lo chiediamo un po’ tutti, soprattutto quando la domanda è indirizzata a nientepopodimenoche Jovanotti. Ho trovato molto forzato il tentativo di intromissione perenne dell’ intervistatrice, in particolare, che nella maggior parte delle volte preferisce esibire le sue conoscenze con citazioni e aneddoti, piuttosto che assecondare la direzione che i racconti prendono spontaneamente nonostante le ovvietà a cui sono sottoposti. Così si scopre che il succitato Lorenzo Cherubini, al secolo Jovanotti, dà una grande importanza alle parole nella sua musica e che è cosciente del fatto che in molti suoi testi vi siano degli errori grammaticali che farebbero impallidire anche un bambino delle elementari. Ma lui risponde più o meno così: “Eh, ma ritmicamente la forma corretta non c’entrava”. Ah beh, allora! A Giorgia, che è forse una delle più grandi voci italiane degli ultimi anni, non le si domanda un semplice “Perché non le scrivi tu le tue canzoni?” ma piuttosto un impensabile “Come hai trovato la tua voce?”. Che ne so, magari ci si immaginava che inciampando in giardino, invece che in un quadrifoglio la piccola Giorgia si fosse imbattuta in un’estensione vocale miracolosa. Oppure chissà quale storia si supponeva che la brava cantante stesse per raccontarci, e invece: “Per anni ho studiato canto con un tenore”. Insospettabile! Dell’intervista coi Negramaro la sola cosa che mi è rimasta impressa è di fare ben attenzione al nome che non è esattamente come quello del vino Negroamaro, essendo la band priva appunto della “o”. Che bella iniziativa discuterne per una pagina in un testo scritto come se non fosse già evidente la differenza a chi la legge! Con i Subsonica la situazione si fa più interessante, anche perché loro sono tanti e parlano tutti, lasciando così poco spazio per le domande. Non mancano però delle vere e proprie gemme come “Quando scrivete la musica vi mettete là con carta e penna?” oppure “L’artista è responsabile di quello che trasmette all’esterno del suo mondo?” che equivale un po’ a chiedere a chiunque se è cosciente di quello che dice. Quale può essere la domanda più banale che si possa fare a un artista come Ligabue che oltre a scrivere canzoni, pubblica libri e si diletta a fare il regista curando anche la sceneggiatura dei suoi film? Non potete arrivarci, ve la dico io: “Scrivi tanto?”. E infatti la domanda compare dopo una serie di battute che lasciano interdetti come “Se potessimo misurare la temperatura di una canzone, il ritornello sarebbe dunque più caldo della strofa...” seguita da un’evidente presa in giro del cantante: “Ritornello trentotto, trentotto e mezzo...” I miei più vivi complimenti, perché non gli ha anche sottoposto uno di quei problemini matematici che si fanno ai bambini per tenerli occupati? Anche con i Marlene Kuntz la brava intervistatrice non si è risparmiata, e dopo una serie di citazioni fra Dylan, Nabokov e Chomsky anche per loro arriva la domanda di rito, sembra davvero esserne ossessionata: “Come nasce una canzone?”. Non vi sembra un po’ assurdo chiedere la razionalizzazione di un talento? Ad ogni modo lei non ha remore, e lo si vede anche in un piccolo inciso in cui puntualizza che per i fan dei Marlene Kuntz il nome del gruppo è femminile. Io non sono una grande esperta dei Marlene, ma onestamente non ho mai sentito nessuno nominarli La Marlene Kuntz. Mi chiedo che cosa si celasse veramente dietro questa osservazione. Un breve saggio che paragona Catania a Seattle anticipa la prossima vittima: Vinicio Capossela. Fin da subito appare evidente che il cantautore vorrebbe parlare di amicizia, dell’importanza di avere un amico e di come il tempo cambi le persone. Ma invece si finisce a disquisire di religione con lo stesso entusiasmo con cui si parla di politica a Porta A Porta. “Per l’uomo è necessario credere in qualcosa? E a cosa si arriva? Verità o illusione?” Andiamo, è evidente che si tratta di una domanda retorica, ma Vinicio non ci casca e minimizza. Da questo momento in poi ho l’impressione di assistere a un match in cui gli intervistatori (alla solita giornalista, nonché autrice, si è nel frattempo affiancato Giuseppe Culicchia che continua a parlare di Vinicio Capossela in terza persona nonostante si presuma che gli stia seduto di fronte) si battono con l’artista per dimostrare che la sanno più lunga. Poi è la volta di Cesare Cremonini, il cui album preferito è Maggese: interessante, no? Dall’intervista a Carmen Consoli emerge la presenza illuminante del padre, ma all’intervistatrice questo evidentemente sfugge, e invece di approfondire le chiede le solite cose. Il libro termina con l’intervento di Ivano Fossati, ed è superfluo ogni commento dal momento che il grandautore, prima ancora che cantautore, sarebbe in grado di risollevare le sorti di una catastrofe anche solo pronunciando il suo nome. Il contenuto dell'intervista non ve lo svelo, anticipo solamente che quando banalmente gli si chiede se ha avuto qualche rimpianto per non aver prodotto Eros Ramazzotti, il gentiluomo che è risponde solo: “E' probabile che sia stato un bene anche per Eros”, e a buon intenditor... Consiglierei questo libro solo a chi si limiterà a leggerne le ultime pagine.

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