Stranger Things – Suspicious minds

Terry conduce un’esistenza tranquilla. Non felice, forse, ma serena; e anche se non ha tutto quello che vorrebbe, ha di certo tutto ciò di cui ha bisogno. Siamo nel 1969, alle soglie di Woodstock, e lei vive con il suo fidanzato Andrew, in piena esplosione hippie: quando torna a casa, un giorno, ci sono Dave e Stacey che fumano con lui. Terry non vorrebbe ma si unisce alla loro canna: è così che, parlando, Stacey stessa le racconta di uno strano esperimento in cui è stata coinvolta qualche giorno prima, un esperimento governativo per cui è stata pagata addirittura quindici dollari. Allertata da quei quindici dollari facili (più di un mese di affitto…), chiede informazioni: Stacey non sa dirle di più, se non che una sorta di scienziato pazzo l’ha fatta sdraiare su un lettino, le ha somministrato alcune droghe e le ha iniziato a fare delle domande di cui ora non ricorda più nulla. È per questo che non ha intenzione di tornare alla seconda sessione di esperimenti. Terry decide allora, senza dire niente, di sostituirsi a Stacey e andare lei a prendere quei quindici dollari: non trova, però, lo scienziato pazzo, né domande senza senso, ma un affabile, gentile ma distante e misterioso dottor Brenner, che pian piano la include in una più ampia operazione governativa, che a Terry appare molto importante per il mondo, ma della quale non riesce a carpire segreti e finalità…

Suspicious Minds è un simpatico corto circuito: nasce come romanzo prequel della prima stagione del serial fenomeno Stranger Things, affascinante e appassionante tributo ad un’epoca, gli anni Ottanta, e soprattutto a Stephen King insieme al suo mondo letterario fantastico. Il circolo si chiude idealmente, con il serial Netflix a fare da ponte tra King e la romanziera YA Gwenda Bond, che, forte delle sue esperienze con i più giovani presi nel periodo di transizione dell’adolescenza, riprende il mood kinghiano e ne restituisce la parte (ovviamente) più superficiale e abbordabile, ovvero la ricostruzione nostalgica del passato – in King gli anni ’80, qua gli anni ’70 –, immergendola in una struttura narrativa al confine tra il mistery e la science-fiction. Suspicious Minds è quindi un perfetto strumento da “guilty pleasure”, un divertissement che piace per la sua innocua, dichiarata spensieratezza e cattura quanto basta per arrivare fino all’ultima pagina. Perché, nonostante tutti i suoi diversi limiti, la Bond di buono questo ce l’ha: riesce a rendere interessante una storia che sulla carta non lo è per niente, almeno se riferita ad un pubblico non malato e dipendente da Stranger Things. Il moderato (e modesto, e piatto) approfondimento caratteriale rende divertenti anche se non empatici i protagonisti, mentre tutto il còte derivativo televisivo è un surplus affascinante quanto basta, che inquadra culturalmente e storiograficamente l’operazione che, aperta nel suo essere mainstream fin nelle ossa e quindi profondamente naïveté, alla fine non può che suscitare simpatia.

 


 

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