Stranieri su un molo

Stranieri su un molo
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Per la maggior parte di noi occidentali ‒ ma a quanto pare anche per molti asiatici ‒ la Cina è un Paese monolitico, una realtà dotata di una granitica volontà nazionale, un popolo composto da miliardi di individui dotato di uno spirito comune che ha proiettato le sue ambizioni sul resto del mondo. Se incontriamo un cinese è a questa “volontà di potenza” che pensiamo e non ci chiediamo certo se sia un hokkien, hinanese, cantonese, hakka o teochew. Forse se lo facessimo non saprebbe nemmeno rispondere, ma Tash Aw, nipote di un teochew immigrato in Malesia, che vive sulla propria pelle sia la generalizzazione che lo porta ad essere scambiato per malese a casa, thailandese a Bangkok e giapponese a Tokyo, partendo da uno scrutinio dei propri lineamenti fa una riflessione sul bagaglio culturale dell’immigrante e indaga quale sia il momento in cui questo bagaglio diventa una zavorra di cui è meglio liberarsi, quando i legami di clan della stessa etnia che si sono costituiti in un paese straniero, si allentano o vengono recisi con la forza, quando la lingua si perde lungo i percorsi della storia familiare, e quando ad essa si rinuncia volontariamente, quanto rinunciare alle proprie radici sia il prezzo pagato lungo la via della lenta ascesa sociale delle generazioni successive all’emigrazione e quanto invece si rinunci ai ricordi per vergogna…

Tash Aw indaga e affida le proprie riflessioni di immigrante in occidente a un pamphlet a cui si può rimproverare solo la brevità, che tratta gli aspetti più dolorosi della vita dell’immigrante, a partire dai suoi nonni, “stranieri su un molo” malese che stringono un foglietto su cui c’è l’anello della catena di esiliati a cui si congiungeranno, un parente, un amico che consentirà loro di insediarsi e piantare il seme per le generazioni future. È molto sensibile Aw nell’affrontare il tema cruciale del ruolo di ascensore sociale che ha avuto l’emigrazione per la Storia asiatica, ma, forse a causa della brevità del testo, non riesce ad esplicitare a fondo le ragioni per cui questa funzione si sia inceppata e solo nell’intervista in coda al libro ha l’occasione di mettere brevemente in luce quanto l’emigrazione attuale significhi per i popoli asiatici (e non solo) esclusivamente la trappola della schiavitù. Non c’è riscatto sociale in questa scelta pur inevitabile, non c’è la speranza graduale miglioramento attraverso l’istruzione e le borse di studio per le generazioni successive, ma solo l’abbrutimento e la mera sopravvivenza quotidiana si profilano all’orizzonte per chi in Asia lascia il proprio Paese per uno di quelli vicini.



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