Strela era morto e vedeva la luna

Strela era morto e vedeva la luna

Carpi, 1942. Tutti lo chiamano Elis perché sua madre, di origini spagnole, ama quel nome, ma all’anagrafe risulta come Giovanni Benetti. Con i genitori e i sei fratelli vive nelle misere campagne della bassa modenese, soffrendo la fame. Esuberante, spaccone, sin da ragazzino ha patito gli stenti e i soprusi a causa di un padre che non si è mai voluto iscrivere al partito fascista e che per questo ha ottenuto meno turni di lavoro di altri che hanno sottoscritto la tessera. Durante l’estate, ancora ragazzino, trascorre le sue giornate nuotando nel fiume e catturando pesci, ma è nei lunghi e rigidi inverni che la vita si fa più dura. La chiamata alle armi lo obbliga all’arruolamento e al trasferimento in Francia e poi a Napoli e Avellino, in difesa del fronte italiano contro l’avanzata americana dalla Sicilia. Ma Elis sente di stare dalla parte sbagliata, perciò diserta e tra molte difficoltà si unisce ai partigiani garibaldini operanti in Liguria, sotto il comando del leggendario “Virgola”. Con loro si distingue per il coraggio e la determinazione ma quando, alla fine del 1944, la Resistenza attraversa un momento di crisi, decide di avventurarsi verso casa finendo nelle mani dei nazifascisti, non lontano ormai dalla meta. Fatto prigioniero, viene interrogato, torturato, creduto morto dopo una sommaria esecuzione. Letteralmente “uscito dalla tomba” dentro la quale era stato deposto, riesce a chiedere aiuto. Le sue condizioni di salute, però, sono precarie. Gli viene amputato un braccio e i militari hanno scoperto il suo nascondiglio. Con l’aiuto dei parenti che lo hanno ritrovato, riesce a fuggire ma, a guerra finalmente conclusa, anche a causa dei suoi incredibili racconti, non viene creduto e, anzi, da principio accusato di essere un fascista...

Per i partigiani era “Betti” o “Strela”, per quella stella rossa che si era cucita addosso e tra i ranghi della Resistenza era considerato un partigiano coraggioso e impavido. Ma Giovanni Benetti non si considerava un eroe. Quando alcuni antifascisti gli chiesero da che parte volessero stare lui e i suoi amici, così rispose: “Abbiamo vent’anni, siamo giovani: si pensa a divertirsi, andare con le ragazze e guadagnare qualcosa… e basta”. Il romanzo di Diego Siragusa si basa e raccoglie due storie realmente accadute. Oltre a narrare le incredibili e terribili vicende di Giovanni, scomparso il giorno di Natale del 2007, l’autore racconta anche la storia del partigiano biellese Sergio Rosa Canuto detto “Pittore” che, similmente a Elis, riuscì in maniera rocambolesca a fuggire alla prigionia e a sopravvivere. L’autore ha così unito due personaggi realmente vissuti, che sono anche i simboli di una guerra nella quale centinaia di migliaia di giovani si sono trovati a combattere senza nemmeno sapere il perché. Il libro descrive perfettamente le dure condizioni di vita sia ante che post belliche. Dura deve essere stata la vita nelle campagne della bassa modenese, dura la pressione psicologia di un partito fascista che costringeva i giovani a scegliere la guerra o darsi alla macchia. E poi il peso di non essere creduto, che Giovanni deve sopportare per molto tempo, finalmente riabilitato ancora prima che questa storia venisse scritta. Ulteriore testimonianza, questo romanzo, di una guerra che, nemmeno a parole, non è mai abbastanza lontana dalla realtà quotidiana.



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